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Curare i luoghi della cura

Il “Giardino Perenne” del sant’Anna di Torino

So che l’estate è la stagione delle vacanze, dei pensieri in libertà e della leggerezza. Ma la malattia non va in vacanza…

Un giorno, sfogliando pigramente un magazine dello scorso mese di aprile (Vanity Fair) vengo attratta da un titolo: L’arte che ti cura.
Si parla dell’Ospedale sant’Anna di Torino, che ha recentemente riqualificato i propri spazi, coinvolgendo dipendenti, pazienti e familiari.


Sale di attesa con pareti variopinte e fiorite, ringhiere e scale dipinte con colori energetici per le migliaia di persone che vi transitano, con particolare cura per alcuni luoghi simbolici: il Giardino Perenne, per esempio, “luogo dell’origine del mondo e della sua cultura, sintesi perfetta tra artificio e natura, per allietare le attese, che sono spesso percepite come un’eternità”.


«L’arte, scrive una paziente, ci fa sempre vedere il verde nel nero. Il giardino perenne mi ha fatto compagnia».

Oggi si parla molto di umanizzare la medicina, sempre più tecnologica, di curare i luoghi della cura, cioè gli ambienti ospedalieri spesso tristi e anonimi, di come rendere meno freddo il rapporto medico-paziente e anche quello tra i medici stessi e gli altri operatori della sanità. Si parla di medicina narrativa, di terapie complentari ed io sono particolarmente sensibile a questo argomento, dato che da circa sei anni frequento periodicamente questi luoghi – l’Oncologico di Bari in particolare – e noto come sono arredati gli ambienti, il modo di fare del personale sanitario, quali ricerche sono in atto e così via…

foto del dr. D. Galetta in un corridoio dell’Oncologico di Bari

Chi come me frequenta questi luoghi  attraversa momenti di grande fragilità, in cui basta un nonnulla per sentirsi a disagio, per stare male o viceversa per riacquistare calma e tranquillità. L’essere bene accolta aiuta a sentirsi a proprio agio, un semplice sguardo o un sorriso riesce spesso a domare l’ansia, mentre un comportamento brusco ha una risonanza molto negativa.


Nelle attese, mi guardo intorno e osservo non solo le persone, ma tutto l’ambiente intorno a me: le pareti e il loro colore, se sono nude o arricchite di manifesti o di immagini significative, la comodità di sedie e poltroncine, come si forma una lunga fila ad uno sportello…


Io ho avuto la fortuna di incontrare un oncologo che non ha bisogno di manuali per instaurare con i pazienti dei rappporti umani ricchi di empatia, improntati alla condivisione reale del percorso di cura. Il mio dottor G. – fin dal primo momento – ha intuito di che pasta sono fatta ed è riuscito a farmi digerire, con parole chiare, oneste e corrette, anche “medicine” piuttosto amare… Lui è uno che non ti abbandona, ti segue passo dopo passo e tu sai che non sei sola ad affrontare una patologia così difficile da trattare.
Gli altri medici della sua équipe lo affiancano con vera passione e talvolta mi “leggono” nei pensieri, in particolare una dolcissima oncologa.


Infatti la dr.ssa A.C. in un periodo molto difficile per me, accorgendosi che avevo bisogno di aiuto, mi ha consigliato (e permesso) di inserirmi in un Progetto di Terapie Complementari, che mi hanno fatto scoprire nuove possibilità e nuove strade per aprire finestre interiori e riuscire piano piano a conquistare un nuovo benessere.


Mi riferisco in particolare all’Armonizzazione sonora e alla Musicoterapia, che prima singolarmente poi in gruppo sono state per me come un balsamo.


Ho riempito un quaderno con un po’ di appunti e di disegni dopo ogni incontro ed ora che siamo in estate, rileggo ciò che ho scritto a caldo, risento quei suoni e quelle vibrazioni, il canto della dr.ssa L., musicoterapeuta, che mi aiutano a rilassarmi, riuscendo a scoprire dentro di me potenzialità nuove.

Suoni e colori, come “vitamine musicali”, perchè qualcosa di bello può germogliare. Anche dal dolore!

L’albero visualizzato dopo il primo incontro di “massaggi sonori”, coccole musicali li chiama la bravissima musicoterapeuta dr.ssa F.L.

Il mare e la spiaggia, un palcoscenico a cielo aperto!


Quella domenica di giugno era la prima volta che si riaffacciava su quella spiaggia e su quel mare. Come sempre, uno dei momenti più belli dell’estate che inizia, quel senso di apertura dell’orizzonte, quella brezza leggera che le accarezzava la pelle, soprattutto quel senso di liberazione che provava ogni volta che finalmente era in costume da bagno e con i piedi nella sabbia.
Si sentiva un po’ smarrita, ma era commossa e felice di trovarsi lì, di rivedere quella sottile linea blu dell’orizzonte, che fissò a lungo.


Lo sguardo sembrava perdersi lontano nel vuoto, non sentiva nulla delle voci e dei rumori intorno, solo lei, il mare e il cielo.

Era rasserenante quel primo giorno di mare a giugno:
sul bagnasciuga alcuni bimbi scavavano nella sabbia, tra palette e secchielli, tante formine intorno, disordinate, mentre altri facevano la spola dall’ombrellone alla riva, su e giù sotto gli occhi vigili di una mamma, un papà o dei nonni che li guardavano teneramente e un po’ divertiti.


Guardava le coppie che passeggiavano, qualcuna mano nella mano e osservava  volti ed espressioni del loro viso, tirando ad indovinare se erano ancora veramente innamorati l’uno dell’altra. Chissà!

Quante tonalità diverse aveva quel mare e quante sfumature di colore, dall’azzurro più intenso al verde fino al celeste chiaro e trasparente!
Senza nemmeno pensarci, si ritrovò con i piedi nell’acqua, mentre cominciava a camminare lentamente: aveva deciso di guardare quel panorama da spettatrice, come se fosse a teatro.

Ecco dei ragazzi, una donna e due uomini, tutti concentratissimi, con una pettorina e una mappa tra le mani che correvano da una parte all’altra della spiaggia, partecipando forse ad una caccia al tesoro; sotto gli ombrelloni chi si rilassava ad occhi chiusi o si spalmava con gesti lenti una crema solare;
un altro gruppo di persone chiacchierava serenamente al sole, disposte in cerchio, la colonna sonora delle voci bambine stava miracolosamente allontanando dalla sua mente i pensieri più pesanti degli ultimi giorni.
Su questo palcoscenico a cielo aperto, era piacevole assistere all’allegria contagiosa di ragazze e ragazzi che giocavano, lanciandosi una palla e cercando di prenderla tuffandosi in acqua tra mille spruzzi!


Continuava a camminare mentre si guardava intorno e…
era quasi felice. Possibile?
Amava il teatro anche per questo, riusciva sempre a dimenticarsi del mondo intero e di se stessa, entrando nella storia che si rappresentava davanti ai suoi occhi: quel giorno non faceva altro che godere di quella baia, di quel verde che lambiva il mare abbarbicato ad alcuni costoni rocciosi, di quella bimbetta che sulle spalle di un giovanissimo padre, piena di gioia, fingeva di aver paura quando lui la tuffava in acqua ripetutamente… Ancora una volta, papà!


Di tanto in tanto, soprattutto quando vedeva qualche signora anziana che camminava a piccoli passi, sostenuta dalla figlia o una nipote, pensava a sua madre che amava il mare e che nuotava leggera anche se era un po’ robusta, sua madre che negli ultimi due anni di vita non era più uscita da una casa che si era trasformata – almeno per lei – in una prigione.

Ma quella prima domenica di giugno, aveva deciso che voveva regalarsi un po’ di serenità, non si stancava di muovere i suoi passi in quell’acqua trasparente e ricca di riflessi e decise di allontanare da sè quei pensieri e tutte quelle preoccupazioni che aggrovigliandosi tra loro le avevano procurato l’insonnia, di cui soffriva da quando aveva perso una sorella minore.
Quanto le mancava anche al mare, soprattutto ogni volta che passavano i venditori ambulanti con il loro carico pesante di merci e cianfrusaglie varie:
si sorprese a ricordare quanto le piaceva osservarla mentre esaminava con cura il colore, il modello e ogni minimo dettaglio di un copricostume e poi girarsi verso l’ombrellone per avere un parere… quando magari aveva già deciso di comprarlo!

Ha ragione Irène Némirovsky quando ci sussurra che “non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”.

La nostra esistenza, un viaggio che non sappiamo mai dove ci porti

Uncertain Journey di Chiharu Shiota

Uncertain Journey di Chiharu Shiota

Penso che capiti un po’ a tutti noi di sfogliare dei giornali e di rimanere colpiti da una frase o da un’immagine; a me è successo oggi, riprendendo un vecchio numero de L’Espresso (23 ottobre 2016).

Forse perché anch’io sento sempre la mia esistenza in bilico, forse perché un mio familiare sta lottando per la vita, quelle gracili barche in ferro nero mi hanno immediatamente fatto pensare al viaggio della vita e alla sua incertezza.

Chiharu Shiota, l’artista giapponese che ha creato questa installazione, esposta nel novembre dello scorso anno alla Galleria Blain/Southern di Berlino,  spiega infatti che secondo lui “la nostra vita è come un viaggio senza meta. Anche se non sappiamo dove stiamo andando, non possiamo fermarci”.

La trama dei fili rosso sangue della Penelope di Osaka, Chiharu Shiota

La trama dei fili rosso sangue della Penelope di Osaka, Chiharu Shiota

Ben 250 kg di lana rosso fuoco, pazientemente annodata per formare un cielo alto fino a sette metri e mezzo di ricami rossi. “La trama dei fili e le loro reti, ci spiega, simboleggiano l’interno del corpo umano, le connessioni neuronali nel cervello, come una rete vasta e complessa”.

Un viaggio nella nostra esistenza incerta, ma meravigliosa

Un viaggio nella nostra esistenza incerta, ma meravigliosa

Ma poi aggiunge – e questo è ciò che mi ha colpito ancora di più – questi fili intrecciati “rappresentano e riproducono le memorie e le relazioni tra le persone, i loro rapporti umani, quelli che ci tengono a galla, con le barche che ci portano in un viaggio verso il nulla, un viaggio pieno di incertezza ma anche di meraviglia”.

E allora ho ripensato a Dacia Maraini che il giorno del suo ottantesimo compleanno ha detto che la geografia della sua vita è fatta di amicizie. “Non credo ai legami di sangue, che spesso non significano nulla. L’amicizia è un sentimento grande, che prevede stima, fiducia assoluta. Tanto più quando si va avanti con gli anni”.
Quegli anni che non sempre corrispondono alla nostra carta d’identità!

Scorcio dell'installazione

Scorcio dell’installazione “Uncertain Journey” di Chiharu Shiota a Berlino, novembre 2016

Le “Dolorose considerazioni del cuore” e “il coraggio della verità”

Mentre poco fa entravo nella mia stanza studio, sono stata colpita dal titolo di un libro di Sandra Petrignani, che mi sono proposta di leggere: Dolorose considerazioni del cuore, che delinea l’ “autobiografia di una donna borderline”.

libro
Ma il titolo ha richiamato alla mente ben altro argomento, mi ha riportata a ciò che sta succedendo in questi giorni, sintetizzando perfettamente i miei pensieri e gli stati d’animo, rispetto allo sbandierato accordo Italia-Libia:
“Fredde osservazioni della mente e dolorose considerazioni del cuore”
(E. Ginzburg, Viaggio nella vertigine).

Infatti, dopo la chiusura della rotta balcanica, è la Libia uno dei punti principali da cui partono i migranti, da qui l’idea di chiudere la rotta nel Mediterraneo Centrale. Per questo Gentiloni, capo del nostro governo, ha firmato a Roma il 2 febbraio un’intesa con il premier di Tripoli Fayez al-Sarraj, con i complimenti e i sorrisi soddisfatti dei 28 partners dell’UE, riuniti il giorno dopo a Malta.

Libia e Tunisia: migliaia di persone in fuga - da Sky TG24

Libia e Tunisia: migliaia di persone in fuga – da Sky TG24

Solo qualche numero: il mare nostrum è stato attraversato nel 2016 da 181.436 migranti, ma ne ha inghiottiti altri 4.576, che hanno perso la vita insieme alla loro speranza di futuro. Numeri da brivido, perché stiamo parlando di persone, di uomini, donne e bambini!

Farah, 10 anni, al campo di Zaatari, in Giordania - da Oxfamitalia.org

Farah, 10 anni, al campo di Zaatari, in Giordania – da Oxfamitalia.org

Mi ha dato molto fastidio il tono trionfalistico con cui Gentiloni ha esaltato il suo accordo con Fayez al-Sarraj, che in realtà controlla soltanto una parte del suo Paese e ha quindi ben poca autorità per renderlo efficace.

La chiusura della frontiera meridionale libica significa bloccare tutte le persone provenienti dai paesi dell’Africa sub-sahariana, che già ora (si calcola siano circa 260.000, se non 300.000) sono arrestate e tenute in detenzione senza processo legale, senza alcun modo per opporsi o fare ricorso, e senza contatto con il mondo esterno.
Sono le accuse di chi come Arjan Hehenkamp, uno dei direttori generali di Medici senza Frontiere (Msf), ha visto con i propri occhi queste situazioni disumane e denuncia che «i detenuti sono sottoposti spesso a violenze, stupri e ricatti. Mi hanno pregato – continua – di contattare le loro famiglie per far sapere che erano ancora vivi. Non avevano idea di quale sarebbe stato il loro destino, sebbene fossero già imprigionati da mesi ormai».

Bimba in fuga - da tgcom24.mediaset.it

Bimba in fuga – da tgcom24.mediaset.it

Proprio l’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, e l’Oim, l’Organizzazione internazionale delle Migrazioni (organismi che pure dovrebbero essere coinvolti nella gestione del piano di accoglienza dei rifugiati in Libia, nelle intenzioni del governo italiano) ritengono che «nella situazione attuale, la Libia non possa essere considerato un paese terzo sicuro, né si possano avviare procedure extra-territoriali per l’esame delle domande di asilo in nord Africa».

In Ungheria rifugiati trattati come bestie... Da "Left"

In Ungheria rifugiati trattati come bestie…
Da “Left”

Io penso che non solo l’accordo non funzionerà, ma che ben altra strada doveva essere perseguita dall’Italia come dall’Europa: quella di aprire canali umanitari legali e sicuri per le persone in fuga, sottraendole ai trafficanti di “merce” umana e indebolendo nel contempo le reti criminali.

Si scelgono invece le strade più facili, per motivi prettamente politici, cioè per indebolire le forze populiste che dilagano in Europa, senza avere la lungimiranza di costruire un progetto comune e senza il coraggio di una donna come Emma Bonino, ex ministra degli Esteri, che dice “basta alle bufale” che parlano sempre e solo di emergenza, da anni e anni!
Una donna nuovamente in campo per superare una legge vecchia di 15 anni, la Bossi-Fini, e per smontare “un racconto falso che non sta in piedi, perché – afferma – se non ci fossero i migranti, se non arrivassero, tra qualche tempo dovremmo andare a prenderceli noi. Abbiamo “bisogno” di 160.000 persone all’anno per dieci anni. Siamo un continente ricco e vecchio. E loro ci servono, banalmente. Occorre solo organizzarsi” e lavorare seriamente per l’integrazione. Soprattutto io credo che occorra parlare con le persone, per riuscire a smontare la marea di stereotipi e pregiudizi: è un’invasione, ci rubano il lavoro, non possiamo accoglierli tutti, ecc.

left

Sul numero 4 di Left di quest’anno Emma Bonino, sempre molto informata sui numeri e sui fatti, spiega bene il suo ragionamento e com’è nata la proposta di una legge di iniziativa popolare, frutto di lunghe consultazioni con i sindaci di tantissime città d’Italia e con chi lavora su questo terreno da tempo. Una donna con “il coraggio della verità” e che con le sue azioni politiche è riuscita a far fare molti passi avanti a questa Italietta, piccola piccola…

Riemerge da un cassetto l’agenda di mio padre…

Un collage di pagine di un'agenda, che mio padre intitolò Enciclopedia "fai da te"

Un collage di pagine di un’agenda, che mio padre intitolò Enciclopedia “fai da te”

Riposta in un cassetto, cedo di tanto in tanto alla tentazione di prenderla tra le mani. Si tratta di un’agenda di mio padre, piena di frasi, scritte a mano, articoli, ritagli di giornali, pubblicità, che sono messi insieme senza alcuna gerarchia, tutti i contenuti sullo stesso piano.
Eppure lui era ordinato e preciso, tutto doveva trovarsi al suo posto… Qui invece sembra che abbia voglia di sbizzarrirsi in piena libertà e questo mi diverte moltissimo.
Trovo ritagli di articoli non certo leggeri che parlano di patologie come la depressione – con tanto di volti noti che ne soffrono – e di quel grande tabù che è ancora oggi il disturbo bipolare, che “uccide più del cancro”, la malattia del grande Hemingway, di Cesare Pavese, di Virginia Woolf o di Van Gogh, giganti che hanno sperimentato l’insopportabilità del dolore psichico che li ha schiacciati fino a portarli al suicidio.

Due pagine con i volti noti di chi è stato colpito dalla depressione.

Due pagine con i volti noti di chi è stato colpito dalla depressione.

In un ritaglio, piccolo rispetto agli altri, si parla anche di come una diagnosi di tumore possa sconvolgere la vita di una persona e poi nella pagina seguente ritrovo l’elenco di ciò che può servire in ospedale: ricordo che glielo scrissi io al Pc, in modo che non si trovasse in difficoltà ogni volta che capitava un ricovero improvviso. Se sapesse che ben due figlie avrebbero incontrato questa malattia e una ne sarebbe morta prestissimo…

la-malattia
Lui ha saputo stare vicino a mia madre per tutta la vita, nei tempi felici come nella sofferenza più profonda, e certe pagine la testimoniano. Ma giro pagina e non c’è tempo per cedere alla tristezza o alla malinconia, perché trovi ritagli con belle interviste a grandi vecchi come Vittorio Foa, Margherita Hack, Giancarlo Menotti, Dino Risi e Giorgio Albertazzi.

vecchiaia

Persone in cui si identificava, lui così curioso, sempre attento a cercare di capire cosa si muoveva nel presente, a tenere la mente sempre allenata anche nella memoria, citando a noi aneddoti e riflessioni, etimologie di parole a noi sconosciute: chi erano per esempio i “nomenclatores”? E lui: “Coloro che affiancavano gli imperatori romani per ricordare loro i nomi delle persone che incontravano”. Esistono ancora oggi, diceva, indicando i suggeritori vicini ai capi di stato in visita in altri Paesi e negli incontri di vertice.
Ma l’agenda è anche piena di vignette (soprattutto quelle di Altan o di Elle Kappa), di ricette, di battute di spirito che amava ripeterci sorridendo sornione, come quelle di Woody Allen: “Nella vita l’amore è importante, ma anche il colesterolo”…

Guardo alcune pagine fitte della sua minuscola scrittura, altre con glossari di vario tipo (significati di “califfo”, “imam”, “sultano” o “emiro”), classifiche dei film più visti, detti latini o frasi celebri, una foto di Raffaele La Capria che gli piaceva moltissimo, vicino all’elenco dei vari tipi di acque minerali, pesi e misure in uso nel mondo, la storia dell’elettronica in quattro tappe e via dicendo. Una miniera da cui attingere, anche perché non mancano le pagine dedicate ai controlli medici da fare nelle diverse fasi della vita! e così, avanti fino al termine:

Così si chiude questa agenda, questo insieme di "pensieri... in prestito", con la foto dei suoi 90 anni, chino sul computer portatile, una delle sue ultime scoperte che io gli ho insegnato ad usare.

Così si chiude questa agenda, questo insieme di “pensieri… in prestito”, con la foto dei suoi 90 anni, chino sul computer portatile, una delle sue ultime scoperte che io gli ho insegnato ad usare.

“Se si ama la vita, tutte le età sono belle”, lo hai sottolineato tu, caro papà, ed io ora attingo a questo tuo tesoro di esperienza, a questa tua libertà nello spaziare in tutti i campi del sapere, senza gerarchie di sorta, alla tua capacità di sentirti sempre contemporaneo, nonostante l’accumulo degli anni e le sofferenze che non ti sono state risparmiate, dalla prigionia nei campi di internamento tedeschi alla “prigionia” legata alla malattia di mamma che – da un certo punto in poi – ci ha impedito di allontanarci da casa, di viaggiare tutti insieme, come avevamo fatto per tanti anni felici!

Hai cercato di “entrare nella morte a occhi aperti” come fa dire all’imperatore Adriano la scrittrice che io amo di più, Marguerite Yourcenar, ne “Le memorie di Adriano”, uno dei libri più belli di tutti i tempi.

TI LASCIO UN DONO

Pubblico una poesia di Angelica Calabrese, una giovane donna, che non è più con noi da due anni. Questi versi sono stati scoperti casualmente insieme ad altri dopo la sua morte su dei fogli sparsi in un cassetto segreto e presto faranno parte di un volume che sarà pubblicato, non solo perché rispecchiano la sua grandezza, ma anche per esaltarne il ricordo e finanziare l’associazione che lei aveva contribuito a fondare: la BUTTERFLY Cure Palliative Domiciliari di Bari, che “si prende cura in maniera partecipe ed empatica di persone giunte al termine della loro esistenza terrena“.

Non c’è più tempo
per le parole di zucchero bianco,
per i sogni leggeri
che volano nell’acqua dei miei occhi
e li rendono lucidi e profondi.

Erano i sogni
a rendere il mio sguardo
un mondo da scoprire.

Non c’è più tempo
per l’innocenza.

Ti affido
questa febbre nascosta.

Ti dono
una giornata passata,
un’altalena con il vento tra i capelli
e la libertà nella pelle.

Ti dono una vita
tutta da vivere.

Ti dono il
mio calore.
Ti dono le parole che non ti ho mai detto.

ANGELICA CALABRESE

TI DONO UNA VITA TUTTA DA VIVERE

TI DONO UNA VITA
TUTTA DA VIVERE

Le parole colorate di Frida!

frida

Una vita segnata dal dolore, dalla passione e dall’amore.

Dal dolore per la poliomielite fin da piccola e per un incidente stradale a 18 anni che la rende parzialmente invalida.
Dalla passione giovanile per Alejandro Gomez Arias al lacerante rapporto con Diego Rivera, il grande artista a cui dedicò tante lettere e una poesia struggente, fino ad altri amori e amicizie, vissuti sempre con disperata tenerezza.
Dall’amore tenace e visionario per la pittura e per la politica.

Sofferenza e gioia di vivere, vita e arte, tragedie e sogni si mescolano continuamente, soprattutto nelle sue “Lettere appassionate” (Cartas apasionadas), raccolte per la prima volta organicamente da Abscondita, un autoritratto vero e autentico come quelli in cui “Frida si dipingeva sulla carrozzella accanto al cavalletto, mentre intingeva il pennello non nella tavolozza, ma nel suo cuore”.
Le leggo di tanto in tanto, perché mi piacciono (attraverso anch’io momento di gioia intensa e di dolore e sofferenza) e poi… mi fanno compagnia sulla mia scrivania.

Sono il dono di una cara e dolcissima amica, una donna un po’ speciale, che mi ha regalato questo bel libro nel dicembre 2015 con una dedica affettuosa che mi piace rileggere spesso:
“… le parole colorate di Frida per dire la luce, l’ombra, il dolore, la terra, l’amore… la vita”.

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Logorare un po’ la nostra soglia

“Trovare pace nel respiro profondo dell’orizzonte”. 

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Chiara è una blogger che con ogni suo post riesce sempre a darmi qualcosa di cui sento il bisogno, è come un regalo inaspettato!
Ci pensavo in questi giorni, alla vita che lascia traccia sui nostri corpi e a tutti quei segni invisibili che rimangono impressi nel nostro cervello e condizionano emozioni, gesti, comportamenti e pensieri.
E poi, ecco il suo consiglio piú reale: dobbiamo respirare, anche se ci costa fatica, Respirare e basta, come si fa nello stretching, anche se il corpo duole… Ma è tremendamente vero ció che (mi) dice: “ad ogni soffio d’aria che esce dai polmoni la tensione si scioglie un poco … con la sensazione di benessere” che a poco a poco ci invade.
È ció che sto provando anch’io da quando sto imparando a respirare meglio e l’affanno lentamente sembra scomparire. È anche questo un modo per affrontare la mia malattia e non lasciarmi sopraffare: “fare pace con le nostre smanie, scrive ancora Chiara, i progetti falliti, le ferite, forse anche i dolori”. Per me, senza il “forse”, fare pace con il dolore psicologico e psichico, che non passa, e imparare ad accettare la paura come compagna.

sguardiepercorsi

Oggi sono stanca e meditativa. Guardo le persone sul tram, osservo particolari, penso a quanto la vita lasci traccia sui nostri corpi. E penso alle tracce meno visibili -impresse nel nostro cervello- che segnano e guidano i nostri comportamenti, le emozioni, i pensieri. Le tracce di ciò che abbiamo vissuto, delle ferite, dei successi, degli apprendimenti.

“Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto consunta…”
Rilke, Nona elegia duinese

Mi vengono in mente questi versi, anche un po’ fuori dal contesto di quell’elegia.
La vita logora le nostre soglie: nel bene e nel male. Logora gli spigoli, ammorbidendoli, rendendoli più saggi, più ricchi di sfumature. Logora le difese, le asperità. A volte logora la pazienza, logora le forze, e da curve aggraziate tira fuori asprezze, spuntoni.
Guardo le persone e vedo le loro soglie consunte. Le ascolto, e…

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“Il viaggio non finisce mai”

Rodi Garganico - 5 aprile 2016 ph. Giovanni Rinaldi

Rodi Garganico – 5 aprile 2016
ph. Giovanni Rinaldi

“Il viaggio non finisce mai.
Solo i viaggiatori finiscono.
E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:
“Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero.

Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era.
Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.  Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre”.

José Saramago – da Viaggio in Portogallo