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Giorni di silenzio sul blog

Giorni di silenzio sul mio blog, chissà se qualcuno se n’è accorto!

Mi piacerebbe davvero riuscire oggi a fare un po’ di silenzio sia fuori che dentro di me, ma non ci riesco molto per essere sincera, sono davvero troppe le parole in libertà che volano attraverso l’etere, le “fazioni” in lotta – sui social ma anche nelle strade e nei luoghi più frequentati – che si combattono tra loro, i media polarizzati sui proclami di un unico muscoloso personaggio politico, che ogni giorno ne spara una. Ecco, tutto questo fracasso mi sta fiaccando, mi sta togliendo energia emotiva e forza fisica.

Se poi ci si mette anche la terapia in corso, allora la situazione si fa veramente critica e difficile da gestire. Perché il corpo (che va sempre ascoltato) mi manda segnali poco rassicuranti e la mente è così sovraffollata e confusa, che la miscela diventa a dir poco esplosiva.

Provo a leggere qualche post dei blogger che seguo più assiduamente e sono contenta se ne leggo qualcuno che esprime con chiarezza sdegno e indignazione per ciò che sta accadendo in Italia e in Europa, a proposito di respingimenti e delle morti in mare (evitabili) delle persone migranti, bambini compresi.

Anch’io sto male, veramente male, e mi sento ferita dai toni e dal linguaggio usati anche da persone miti (o almeno così mi sembravano), persone che tutt’a un tratto sfoderano un rancore represso verso i più fragili (migranti, rom) senza accorgersi del fatto che la nuova narrazione ci spinge ad accantonare molti dei veri grandi problemi, su cui dovremmo riprendere invece a ragionare: le percentuali altissime di giovani meridionali (ma anche di tanti settentrionali) che abbandonano per sempre l’Italia, per esempio, oppure i livelli crescenti di povertà o di occupazione precaria (contratti che si rinnovano, ma sempre a “tempo determinato”), la corruzione diffusa dal basso verso l’alto e viceversa, il lavoro nero spesso in mano alle organizzazioni criminali, che dimostrano un’enorme capacità di infiltrazione nell’economia del Paese, non più soltanto a sud ma anche in vasti territori del nord…  Ne ho già accennato in post precedenti.
Per fortuna, ci sono anche molte cose che funzionano grazie a larghi strati di popolazione che mandano avanti il funzionamento di scuole, ospedali, ecc.!
Oggi, il giorno delle magliette rosse, un segno simbolico, che spero venga seguito presto da azioni individuali e collettive, per farci sentire anche noi!

Però ci sono giorni così duri, in cui fa male tutto, compresi gli occhi. E allora, meglio mettersi in pausa per un po’, cercando di riprendere qualcuna delle attività capaci di rilassare la mente. In attesa però che passi almeno questo forte mal di testa, refrattario anche ai farmaci… 🤕

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Piccole vite migranti in una scuola del quartiere Libertà di Bari di Annalinda Lupis

#Natale2017
Mi piace ospitare in questo “mio” spazio un post letto per caso su Fb, grazie alla condivisione di un’amica comune. Io non ho altro da aggiungere.

La mamma di B è nigeriana. Viene spesso qui a casa. Suo marito è a rischio espulsione. Diniego e un ricorso per asilo politico appeso al giudizio di un tribunale. La mamma di C è cinese. Aveva un piccolo negozio che ha dovuto chiudere. Adesso fa piccoli lavori di sartoria in casa.
La mamma di D è barese e suo marito è senegalese. La mamma di S è barese e suo marito è georgiano. La mamma di F è barese e suo marito è marocchino.
La mamma di O è nigeriana e il suo compagno è barese. La mamma di R è eritrea e suo marito è barese. La mamma di A e F è barese e il suo compagno è nigeriano. La mamma di Princess è barese e suo marito è nigeriano.

Nella nostra scuola ci sono tante aule piene di piccole vite migranti. Meticciato ed esperienze differenti. Le recite scolastiche sono gli unici momenti in cui riusciamo a guardarci negli occhi tutt* insieme. A piangere tutt* insieme. Perché sono ogni anno più grandi queste creature. Perchè sono anime rimaste stranamente incontaminate.

Ho visto bambini armeggiare con un passeggino giocattolo. Cullare e dare un biberon a due bambole spelacchiate. Ho visto bambine cinesi con grosse difficoltà ad esprimersi in lingua italiana, supportate con passione ed entusiasmo dalle coetanee baresi. Ho visto mia figlia parlare in inglese con B e O perchè sono nigeriani e insegnare l’inglese alle altre bambine perchè “così giochiamo meglio”.

La mamma di B, nigeriana, ha avuto da poco una bimba e non riusciva a scattare le foto. La zia di G, barese, ha cullato la piccola fra le sue braccia sussurrando canzoncine affinché la sua mamma riuscisse a scattare tutte le foto più belle.
In quelle due ore trascorse in quell’aula scolastica, ho fatto scorta di umanità. Attraverso gesti banali che sarebbe tanto bello fossero il pane quotidiano, sono andate smarrite le forme di pregiudizio e gli stereotipi che accompagnano gli incubi della cittadinanza inconsapevole. Perché siamo cittadine e cittadini in un grandissimo quartiere multietnico.
Perché la propaganda imposta dal sistema, genera gli incubi e noi tutt* inconsapevolmente perdiamo il nostro diritto ad essere cittadin*.

E gli incubi generati dal sistema, costruiscono muri. Definiscono le sfumature di colore sulla pelle. Stabiliscono il confine tra le lingue. Firmano decreti e ordinanze per delimitare le distanze di classe sociale. Nutrono il pregiudizio morale costruito sulla strada del genere: i maschietti e le femminucce. La bambola per le bambine. I soldatini per i bambini.

In quelle due ore trascorse in quell’aula scolastica, ho trattenuto a stento, la voglia di mettermi in piedi sui banchi. Per parlare a tutt* con una prospettiva differente. Non come una leader. Decisamente capobanda.
Perché: ma avete visto? State guardando? E vi state guardando? Perché: ma io vi guardo. E io ci vedo benissimo. Siamo quell* che vanno di fretta al mattino.
Di fretta al pomeriggio. Molto spesso non siamo noi. Sono i figli più grandi, la zia, la nonna, la vicina di casa. Perchè noi abbiamo gli altri figli più piccoli a cui badare. Quelli in arrivo. Perchè siamo sempre incinte. Perchè siamo sempre troppo povere e ci dicono che per questo siamo sempre incinte.


Abbiamo biciclette e bus e piedi anzichè un’automobile. I carrelli della spesa trascinati nelle giornate piovose e senza mani per tenere gli ombrelli. Fazzoletti nelle tasche per pulire il naso dei nostri mocciosissimi figli. Tasche mai troppo grandi per contenere tutto ciò che serve. Pupazzetti, caramelle gommose, pastelli a cera consumati, gli avvisi della scuola e il telefonino. Che ci serve come il pane per stemperare l’ansia delle lunghe attese. In coda nell’ufficio postale aspettando un sussidio che mai arriva. Che arriva e ci brillano gli occhi, 100 euro… e ci sentiamo ricche. L’avvocato che mai risponde e papà è in galera. Le dirette su Fb che i nostri figli son piezz ‘e cor e ogni scarrafon è bello alla sua mamma. Ma gli scarrafon li teniamo in casa.
Li portiamo a scuola perchè entrano negli zainetti dei figli. Gli scarrafon non son razzisti. Non vedono il colore della pelle e gli sta bene lo zainetto nigeriano, somalo e barese.

Io vi guardo e ci vedo benissimo. E siamo terribilmente uguali. Disperatamente simili. E se vi illudete che sia soltanto un miracolo della recita di Natale, rassegnatevi. E se sperate che rimarrò in silenzio, rassegnatevi. E parlerò e parleremo. E riempirò quell’aula scolastica di fotografie inedite, pazzesche, assurde. Attaccherò ai muri i vostri incubi generati dal sistema.
Perché in realtà sono i sogni che cullano i nostri figli.

E crolleranno i muri, i confini, l’orgoglio e il pregiudizio. Intreccerete mani scure e capelli aridi come il deserto africano. Sussurrando canzoncine ad una bambina nera, in cinese, arabo e in barese. Mescolando merende di kebab e panzerotti. Prendendo fiato e riprendendo il tempo che abbiamo perso fino ad oggi.
Perché vi guardo e ci vedo benissimo. Festeggeremo ogni giorno Natale quando riaprirà la scuola. Promesso…

Postato da Annalinda Lupis sul suo profilo Facebook