Il Narcisismo Digitale

Guardando alcune pagine Facebook – in ambito sanitario – di reparti e di primari, riflettevo sul narcisismo e sull’enfasi, sulla propaganda che si autopromuove e di quanto possa diventare pericoloso per chi si lascia irretire da post mirabolanti, senza cercare la sostanza e la realtà dei fatti e dei comportamenti.
Mi sembra quindi molto appropriata la conclusione di questa riflessione sul narcisismo digitale, affidata alle parole lapidarie del Dalai Lama, “Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra, per occultare il vuoto della stanza“.

Psiche Nessuno e Centomila

Psiche Nessuno e Centomila

Il narcisismo ha di per sé un’accezione positiva: indica l’amore sano e legittimo per se stessi. Perde tale connotazione quando si lega ad un bisogno abnorme di attenzione, affermazione, apprezzamento, gratificazione esterna. Quando cioè si traduce in un modo ego-riferito di stare al mondo, strettamente legato ad un vissuto di superiorità e al bisogno di ottenere riscontro e gratificazione da parte di un pubblico plaudente. L’Io allora diviene il prevalente o unico oggetto di investimento libidico e la relazione con l’altro viene relegata sullo sfondo a vantaggio dell’affermazione di Sé. Si tratta di un’alterazione del rapporto Io/Altro. Il narcisista patologico è bulimico di approvazione

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A caccia di voti nel “mercato elettorale della paura”

Sto evitando di parlare della campagna elettorale in corso, ma credo che la tentata strage del raid razzista del 3 febbraio scorso a Macerata, in cui un ex candidato della Lega al consiglio comunale di Corridonia ha sparato nel centro città ferendo almeno sei cittadini stranieri, mi obblighi ad esprimere qualche riflessione. Ho seguito in silenzio finora la giostra delle pluricandidature, i conflitti interni ai partiti, la valanga di promesse ridicole, la povertà e le sgrammaticature del linguaggio, ma sento che il mio silenzio non può durare fino alla data vicinissima delle prossime elezioni.

La strage infatti è piombata come una bomba “intelligente” sul dibattito politico, inizialmente costruito intorno ai vecchi ritornelli della riduzione delle tasse (ma di corruzione diffusa ed evasione fiscale non si parla molto….),  dell’occupazione che un giorno scende e l’altro sale, sul debito pubblico che ci strozza, ecc.
Immediatamente tutti (o quasi) i leader politici si sono espressi sui temi dell’immigrazione, su cui è sin troppo facile buttarsi con toni virulenti e senza esclusione di colpi, senza preoccuparsi di innalzare sempre di più il livello di imbarbarimento, per confondere le acque, impaurire e polarizzare una buona parte dell’elettorato. Quello più fragile e quindi più facilmente suggestionabile, perché più povero di risorse materiali e culturali, quello che nelle periferie delle grandi città subisce ogni giorno pugni in faccia o nello stomaco, per soprusi e angherie di vario genere e che non sa più a che santo votarsi… Oppure l’elettorato di quelle piccole comunità sparse nella nostra penisola, spaventato dall’arrivo dei migranti nei loro minuscoli comuni, anche perché la gestione complessiva dell’accoglienza di questa massa di persone in fuga non è mai stata affrontata con razionalità e solidarietà (che non sono antitetici), con lucidità, serietà e soprattutto onestà politica.

E allora ecco uno dei più vecchi leader in circolazione chiamare noi cittadini alla “delazione” per denunciare gli immigrati irregolari, magari anche la badante di nostra madre anziana e non autosufficiente!
Io che ho insegnato storia per anni non posso fare a meno di ricordare quando, durante il periodo fascista in Italia, parlavano anche i muri tanto che all’improvviso piombavano in casa gli sgherri del regime per prelevare con prepotenza e senza spiegazioni chi si era macchiato della colpa di ragionare ed esprimere (in casa propria!) posizioni diverse da quelle imposte dai tempi.

Assistiamo poi alla recita di un duo che rappresenta in tutte le salse il binomio immigrazione-delinquenza, invocando e promettendo rimpatri di massa (per portarli dove?) come se l’operazione fosse veramente possibile e sostenibile, tanto noi cittadini (e noi del sud in particolare, purtroppo!) non leggiamo abbastanza né giornali né libri, non conosciamo i dati (quelli seri e reali) e ci fa comodo fingere di dimenticare la potenza di fuoco della criminalità di casa nostra!
La strage del fascio-leghista di Macerata insegna come le campagne di odio verso intere categorie e singole persone (sto pensando in questo momento a Laura Boldrini, non a caso una donna che fa politica e ha raggiunto posizioni apicali) producano i loro frutti avvelenati.

Proviamo invece un po’ a guardare con la lente di ingrandimento le liste dei partiti e scopriremo disseminati qui e là i nomi di persone davvero imbarazzanti, tra quelle già condannate e altre ancora sotto processo, gente con gravi problemi giudiziari che la politica ha scelto e che entrerà nel parlamento della nostra Repubblica, grazie a questa legge elettorale.

Il mio stato d’animo fa la spola tra sconforto, indignazione e rabbia di fronte ad una campagna elettorale che come tante altre volte sembra una gara al ribasso, con tutte le conseguenze non facilmente immaginabili, almeno per noi comuni mortali, che non conosciamo bene gli accordi stipulati dentro le segrete stanze, quelle in cui si sta giocando una partita a scacchi che non avrà sicuramente dei vincitori, lasciando sul campo soltanto cumuli di macerie. Tanto poi si dovrà comunque trovare un accordo anche tra opposti schieramenti (la vicina Germania insegna) per dare un governo a questo povero Paese.

Per questo mi sto difendendo dalla diffusione delle bufale, dal rumore assordante di chiacchiere, urla, insulti, slogan e povertà di contenuti, continuando a coltivare me stessa, per non perdere ciò a cui sono più legata: la mia umanità e la sensibilità verso le sorti non solo del mio orticello privato, ma per quello molto più ampio – anche geograficamente parlando – del resto del mondo, vicino e lontano. E soprattutto l’interesse per i problemi reali come la cronica mancanza di manutenzione delle infrastrutture con i treni che deragliano o i ponti che crollano, la pericolosità della micro e macrocriminalità, compresa quella dei colletti bianchi al Sud come al Nord, le diverse dipendenze che travolgono tante giovani vite sempre più precarie, il totale disinteresse per le generazioni giovanili considerate come figurine, la progressiva disaffezione non solo verso la politica (un fenomeno diffuso ad ogni latitudine) ma verso le stesse sorti della democrazia.

La maggioranza delle persone è passiva, sembra rassegnata, non reagisce più (a parte i mugugni) e non ha più la forza di organizzarsi.
“Ma è così, scrive Federico Rampini su un vecchio numero di D – la Repubblica del 21 ottobre scorso, che si suicidano le democrazie: scivolando lentamente verso la convinzione che noi non contiamo più nulla, che le maggioranze devono sempre subire e pagare per pochi, che le domande scomode le dobbiamo ingoiare in silenzio”.
Il titolo del suo intervento? “Stiamo diventando maggioranza oppressa?”
E non parla soltanto dell’America di Trump!

“Quando il respiro si fa aria”

Quando la vita t’insegna a convivere e a fare i conti giorno per giorno con il cancro, una patologia severa che ancora oggi spaventa tante persone, è abbastanza normale provare il desiderio di conoscere le esperienze degli altri.
Nei primi anni, tendevo voracemente a leggere di tutto, ma poi ho imparato a selezionare con una certa severità le mie letture: ora scelgo soltanto esperienze scritte (bene) da persone che riescono a parlare anche e soprattutto di sé e non solo della malattia, proprio come accade in un libro straordinario, che mi ha conquistata fin dal titolo “Quando il respiro si fa aria”.  La foglia morta che lievemente cade tra le parole del titolo della copertina rende benissimo il senso di tutto ciò che possiamo aspettarci.

L’autore, Paul Kalanithi, un neurochirurgo che si ammala di un cancro al polmone che lo stronca a soli 37 anni, scrive ben consapevole di avere un tempo limitato a disposizione: disteso a letto o rannicchiato in poltrona, scrive di sé sul suo inseparabile laptop, racconta la sua vita che ha improvvisamente cambiato direzione, confessa senza remore i momenti di difficoltà in cui si trova a dover conciliare il suo io-medico con la nuova condizione di io-paziente, del desiderio che non lo abbandona mai fino ai suoi ultimissimi giorni di vivere ogni attimo, scrive pagine bellissime che nonostante siano un diario del dolore non cedono mai all’autocommiserazione o a toni melodrammatici, anzi riesce sempre a mantenere la sua profondità e insieme la sua innata ironia.

Siamo di fronte ad un grande medico e a un grande scrittore, capace umilmente di mettersi a nudo nella sua fragilità, quando gli viene diagnosticato il cancro micidiale che lo ha colpito: “Mi ritrovai a essere una pecorella smarrita e confusa” scrive e si concede, lui così importante e venerato, “di restare aperto e vulnerabile, di lasciarsi confortare”.

Sono stata profondamente colpita dalla qualità della scrittura di questo medico umanista, che ricordando gli anni della sua formazione scrive:
“I miei libri divennero i miei più intimi confidenti,
lenti ben smerigliate che mi offrivano nuove visioni del mondo”.

Allora era infatti soltanto un ragazzo come tanti, che descrive con ammirazione e gratitudine gli sforzi di sua madre per consentirgli di ricevere un’istruzione di qualità, quella che gli permetterà negli anni cruciali degli studi di medicina di farsi domande difficili, prima di scegliere la specializzazione; l’interrogativo che si pone e che lo tormenta era quello di individuare “il punto d’intersezione tra biologia, etica, letteratura e filosofia”.

Si lascia andare a riflessioni che toccano il cuore della professione medica:
“I medici, scrive infatti, invadono il corpo in ogni modo immaginabile. Vedono le persone nei momenti di maggiore vulnerabilità, paura, intimità. Sono lì quando vengono al mondo, e quando se ne vanno. Considerare il corpo come materia e meccanica è l’altra faccia dell’alleviare la più profonda sofferenza umana”. La facoltà di medicina affinò in lui “la comprensione del rapporto tra significato, vita e morte”.
E ora da paziente, lui che è medico, si trova a riflettere su questo rapporto e ci chiama a dialogare con lui, ripercorrendo tanti momenti belli del suo breve “viaggio”.

Leggendo questo libro formidabile si va avanti, ma capita spesso di interrompersi e fermarsi a pensare a tanti aspetti della propria vita e a ciò che le dà significato; “per chi lavora in ospedale, è una di queste riflessioni, i documenti da compilare non sono semplici documenti: sono frammenti di narrazioni costellati di rischi e trionfi”.
E la mia mente è andata subito all’immagine e allo spessore raggiunto in sei anni di terapie del mio fascicolo sanitario, soltanto quello che riguarda il mio carcinoma polmonare, con cartelle piene di “rischi” e di momenti bui (quando sembrava che non ci fosse più una terapia efficace) ma anche di “trionfi”, come quelli in cui le TAC registrano la malattia ferma o in regressione.

Mi si è aperto il cuore quando ho letto che ad un certo punto, dopo la morte quasi inspiegabile di una sua paziente, egli s’impose “di trattare tutte le (sue) scartoffie come pazienti”, non certo come si comportano tanti medici che, magari dopo un primo sguardo distratto e superficiale, non hanno occhi che per le scartoffie o lo schermo del loro computer. Io stessa sono stata vittima di uno di loro, proprio nel momento terribile della diagnosi: nemmeno uno sguardo, solo l’ascolto di una sentenza nel momento in cui, distesa su un lettino della clinica, un’infermiera mi stava togliendo i punti della ferita causata dall’intervento subito.

Paul Kalanithi invece, neurochirurgo all’apice del successo, ci prende per mano con grande umanità e cammina con noi, decidendo di renderci partecipi del suo ultimo tratto di viaggio. Si legge e ci si sente a lui vicini in un percorso ricco di ricordi, di aneddoti, di riflessioni, del grande amore per la moglie Lucy (che scrive l’ultimo capitolo postumo) e per la piccolissima Cady (con lui nella foto in basso), la figlia fortemente desiderata, a cui egli dedica questo suo ultimo messaggio.

Lungo queste pagine, riservate a lettori forti e coraggiosi, egli riguarda tutta la sua vita, gli affetti, gli amori, la famiglia e il suo lavoro, è costretto a rivedere e a rielaborare (com’è capitato anche a me e a tante altre persone) la stessa nozione di tempo e forse proprio il tempo che gli è rimasto gli ha insegnato a morire.

Forse… perché questo è uno territori più difficili da esplorare: “La morte ti disorienta, eppure non c’è altro modo per vivere“, ci dice e in questo modo ci aiuta a diventare tutti più consapevoli di essere, come ogni organismo vivente, degli esseri che nascono, crescono e muoiono.

Ora lui non c’è più, ma rimangono queste sue pagine, che riescono a trasmettere il coraggio di un uomo che ha affrontato la malattia “con grazia e autenticità”, come dice la moglie Lucy nel dolente e radioso epilogo, facendoci appassionare alla vita. E di questo io gli sono sinceramente grata!

Davanti ad un filo d’erba…

Questo è un blog pieno di parole,
di frammenti di vita che non vorrei dimenticare,
di pensieri
e di riflessioni
che amo condividere,
di silenzi
che a volte
non trovano le parole
per esprimere
stati d’animo,
non sempre
ben chiari
nemmeno
a me stessa.

Mi è capitato ieri, andando in una casa di campagna
che mi è cara,
dove sono arrivata con la testa pesante e un corpo
che si muoveva
a scatti
come un robot,
dove ho iniziato
a camminare
a piccoli passi
e di rimanere folgorata dalla luce del cielo
e delle nuvole bianche
di questo inverno meridionale.

Mi sono guardata intorno e
pure un po’ intontita…
mi sono sentita
più leggera
davanti ai rami
di un albero,
quasi commossa guardando i fili d’erba tra luce e ombra, curiosa
di vedere
se riuscivo
a scoprire
un quadrifoglio nascosto in un prato di trifogli. 

Mi accade
sempre più spesso
di rimanere attonita davanti
allo spettacolo cangiante
della natura,
che non ha
come noi
le parole,
ma che scrive
a modo suo
un racconto.

Lo scrive
con i colori
delle acque
e delle piante,
della roccia
della pietra
e del terreno,
con i colori del cielo mai uguale
a se stesso,
così ricco
di sfumature

e di tonalità diverse a seconda della luce o dell’ombra,
solcato da gabbiani
o da uccelli in volo.

Un racconto
pieno d’aria
grazie alla bellezza invisibile del vento 
che muove le foglie
e i rami di un albero

e che senti
sulla pelle, un racconto tenace come le radici nascoste nel buio o di quelle lunghe, forti e dirompenti che emergono in superficie, aprendosi un varco verso la luce persino attraverso l’asfalto delle strade.

Vivo sempre più spesso la natura come una ricchezza che mi viene donata e m’immergo in essa, provando ad immaginare,  come scrive Edmond Jabes,  “il pensiero come una pianta, come un albero,
come un fiore, come un frutto.
E anche come un filo d’erba
e l’impensato come il cielo”.

Con leggerezza e profondità… #capodanno2018

 

#Capodanno2018

Non credo più da tempo allo scandire obbligato del tempo, anche se di fatto sono costretta dalle circostanze a pensare che ogni anno che passa dal momento della diagnosi di cancro (fine anno 2011) io mi trovo ad un giro di boa, perché calcolo il tempo di vita vissuto, guadagnato, inizialmente insperato…

Ed è per questo che vorrei provare anch’io oggi ad augurarmi qualche cambiamento, provando a riconfigurare i ritmi delle mie giornate.

Leggendo le parole di Island, il famoso romanzo di Aldous Huxley, credo di aver capito che per me “è buio perché mi sto sforzando troppo”.  Non sono ancora capace infatti di lasciar accadere le cose e forse è davvero arrivato il momento di “gettare via un certo bagaglio” e stilare un decalogo, non di buoni propositi, ma decisioni per migliorare me stessa e la mia vita:

1) dosare con maggiore saggezza i miei impegni extra-sanitari, imparando a diluirli ogni volta che è possibile;

2) dedicare più tempo a me stessa anche per pensare, riflettere e meditare in silenzio (è una cosa che mi piace tanto);

3) riprendere in mano i libri che amo, provando a non farmi turbare come mi accade spesso da tutti i rumori del mondo;

4) dedicare i momenti sereni alle persone che amo e che mi sono sempre vicine;

5) capire (e sarebbe ora…) che il riposo per il mio corpo non è una perdita di tempo, ma è necessario per riprendere le forze;

6) imparare ad inciampare – senza cadere – negli inevitabili ostacoli e nelle numerose difficoltà della mia vita in questa fase;

7) aggrapparmi a chi sa tendermi la mano per non affondare “nelle sabbie mobili della paura” e riacquistare le mie energie fisiche e interiori;

8) lasciare che tante cose accadano senza voler sempre controllare tutto;

9) “imparare a fare le cose con leggerezza”, a camminare più lentamente e a vivere con maggior leggerezza, senza rinunciare alla profondità;

10) non dimenticare mai che “nessuna fatica e nessun dolore devono impedirmi di continuare a credere nella vita” (queste ultime sono parole di incoraggiamento del mio oncologo).

Cantavo un tempo…

Cantavo un tempo,
un tempo ormai lontano
io cantavo e
non sapevo,

no, non sapevo proprio di essere felice.
Mi sembrava quasi di volare quando

cantavo in coro,
ma anche per voce sola.
Cantavo

parole in musica,
la musica che amo
quella che ho sempre amato
e che volevo
imparare a suonare.

Cantavo un tempo
e oggi invece

non canto più,
non posso, non riesco più
a cantare,
balbetto triste
frammenti di parole,

batto il ritmo sì,
con tutto il corpo
e
muovo le dita
sui tasti di un pianoforte
immaginario,
quello che fin da bambina
volevo
imparare
a suonare.

Ora io forse riesco
ancora un po’
a cantare, 

canto dentro di me,
canto la gioia
e canto il dolore,
la nostalgia e la malinconia
di una voce che
nessuno più
potrà
ascoltare.

Piccole vite migranti in una scuola del quartiere Libertà di Bari di Annalinda Lupis

#Natale2017
Mi piace ospitare in questo “mio” spazio un post letto per caso su Fb, grazie alla condivisione di un’amica comune. Io non ho altro da aggiungere.

La mamma di B è nigeriana. Viene spesso qui a casa. Suo marito è a rischio espulsione. Diniego e un ricorso per asilo politico appeso al giudizio di un tribunale. La mamma di C è cinese. Aveva un piccolo negozio che ha dovuto chiudere. Adesso fa piccoli lavori di sartoria in casa.
La mamma di D è barese e suo marito è senegalese. La mamma di S è barese e suo marito è georgiano. La mamma di F è barese e suo marito è marocchino.
La mamma di O è nigeriana e il suo compagno è barese. La mamma di R è eritrea e suo marito è barese. La mamma di A e F è barese e il suo compagno è nigeriano. La mamma di Princess è barese e suo marito è nigeriano.

Nella nostra scuola ci sono tante aule piene di piccole vite migranti. Meticciato ed esperienze differenti. Le recite scolastiche sono gli unici momenti in cui riusciamo a guardarci negli occhi tutt* insieme. A piangere tutt* insieme. Perché sono ogni anno più grandi queste creature. Perchè sono anime rimaste stranamente incontaminate.

Ho visto bambini armeggiare con un passeggino giocattolo. Cullare e dare un biberon a due bambole spelacchiate. Ho visto bambine cinesi con grosse difficoltà ad esprimersi in lingua italiana, supportate con passione ed entusiasmo dalle coetanee baresi. Ho visto mia figlia parlare in inglese con B e O perchè sono nigeriani e insegnare l’inglese alle altre bambine perchè “così giochiamo meglio”.

La mamma di B, nigeriana, ha avuto da poco una bimba e non riusciva a scattare le foto. La zia di G, barese, ha cullato la piccola fra le sue braccia sussurrando canzoncine affinché la sua mamma riuscisse a scattare tutte le foto più belle.
In quelle due ore trascorse in quell’aula scolastica, ho fatto scorta di umanità. Attraverso gesti banali che sarebbe tanto bello fossero il pane quotidiano, sono andate smarrite le forme di pregiudizio e gli stereotipi che accompagnano gli incubi della cittadinanza inconsapevole. Perché siamo cittadine e cittadini in un grandissimo quartiere multietnico.
Perché la propaganda imposta dal sistema, genera gli incubi e noi tutt* inconsapevolmente perdiamo il nostro diritto ad essere cittadin*.

E gli incubi generati dal sistema, costruiscono muri. Definiscono le sfumature di colore sulla pelle. Stabiliscono il confine tra le lingue. Firmano decreti e ordinanze per delimitare le distanze di classe sociale. Nutrono il pregiudizio morale costruito sulla strada del genere: i maschietti e le femminucce. La bambola per le bambine. I soldatini per i bambini.

In quelle due ore trascorse in quell’aula scolastica, ho trattenuto a stento, la voglia di mettermi in piedi sui banchi. Per parlare a tutt* con una prospettiva differente. Non come una leader. Decisamente capobanda.
Perché: ma avete visto? State guardando? E vi state guardando? Perché: ma io vi guardo. E io ci vedo benissimo. Siamo quell* che vanno di fretta al mattino.
Di fretta al pomeriggio. Molto spesso non siamo noi. Sono i figli più grandi, la zia, la nonna, la vicina di casa. Perchè noi abbiamo gli altri figli più piccoli a cui badare. Quelli in arrivo. Perchè siamo sempre incinte. Perchè siamo sempre troppo povere e ci dicono che per questo siamo sempre incinte.


Abbiamo biciclette e bus e piedi anzichè un’automobile. I carrelli della spesa trascinati nelle giornate piovose e senza mani per tenere gli ombrelli. Fazzoletti nelle tasche per pulire il naso dei nostri mocciosissimi figli. Tasche mai troppo grandi per contenere tutto ciò che serve. Pupazzetti, caramelle gommose, pastelli a cera consumati, gli avvisi della scuola e il telefonino. Che ci serve come il pane per stemperare l’ansia delle lunghe attese. In coda nell’ufficio postale aspettando un sussidio che mai arriva. Che arriva e ci brillano gli occhi, 100 euro… e ci sentiamo ricche. L’avvocato che mai risponde e papà è in galera. Le dirette su Fb che i nostri figli son piezz ‘e cor e ogni scarrafon è bello alla sua mamma. Ma gli scarrafon li teniamo in casa.
Li portiamo a scuola perchè entrano negli zainetti dei figli. Gli scarrafon non son razzisti. Non vedono il colore della pelle e gli sta bene lo zainetto nigeriano, somalo e barese.

Io vi guardo e ci vedo benissimo. E siamo terribilmente uguali. Disperatamente simili. E se vi illudete che sia soltanto un miracolo della recita di Natale, rassegnatevi. E se sperate che rimarrò in silenzio, rassegnatevi. E parlerò e parleremo. E riempirò quell’aula scolastica di fotografie inedite, pazzesche, assurde. Attaccherò ai muri i vostri incubi generati dal sistema.
Perché in realtà sono i sogni che cullano i nostri figli.

E crolleranno i muri, i confini, l’orgoglio e il pregiudizio. Intreccerete mani scure e capelli aridi come il deserto africano. Sussurrando canzoncine ad una bambina nera, in cinese, arabo e in barese. Mescolando merende di kebab e panzerotti. Prendendo fiato e riprendendo il tempo che abbiamo perso fino ad oggi.
Perché vi guardo e ci vedo benissimo. Festeggeremo ogni giorno Natale quando riaprirà la scuola. Promesso…

Postato da Annalinda Lupis sul suo profilo Facebook

 

Scrivere la vita delle donne

Questo breve intervento (vedi in basso) mi ha fatto pensare immediatamente a mia sorella Gabriella, morta troppo presto, prima di me e prima di poter raccontare le tante vite da lei vissute, la vita da studentessa di liceo e poi all’università di Bologna, quella di casalinga (che non amava…) e poi quella di madre di due figlie, il senso di solitudine provato rimanendo sola dopo la morte del coniuge, il sogno a lungo coltivato di aprire una sua libreria, il desiderio di relazioni sociali difficili da realizzare in una città che non è la tua, la diagnosi devastante di una malattia che non le ha lasciato scampo… 
“Sommersa da secoli di silenzio, la vita delle donne possiede una ricchezza infinita che occorre recuperare e narrare, non importa sotto quale forma. Perché ogni donna ha almeno una storia da raccontare: la sua” dice splendidamente Manuela Bonfanti nel suo blog.
E Gabriella sicuramente aveva una storia lunga e ricca da raccontare, anche se la sua vita è stata troncata così bruscamente! In me rimane un rimpianto che non finirà mai…

VOCI DAL SILENZIO

Faremmo meglio a interpretare un ruolo da protagonista nello sconosciuto e banale film della nostra vita” (La lettera G, p. 203)

Eravamo solo donne alla presentazione de La lettera G a Ginevra. La cosa non mi ha colto di sorpresa perché la letteratura è donna: la maggior parte degli uomini sembra avere altri interessi e priorità. E va bene così, anzi, va benissimo. Perché il mio romanzo ha come protagonista una donna, e questo per un motivo molto semplice: io sono una donna. Ecco perché scrivo di donne. Questa non è un’affermazione anodina: gli uomini hanno scritto molto, soprattutto sugli uomini e per gli uomini. Ma addirittura, essi hanno scritto (o parlato) anche delle donne. Attraverso i secoli e secondo i costumi del momento, gli uomini hanno definito le donne e le loro vite, hanno deciso quali dovessero essere le loro passioni e le loro…

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Aspettando il natale…

Se stasera potessi, mi piacerebbe scrivere una lettera a Babbo Natale.
Sì, lo so che sono troppo grande ma provo a farmi piccina e la scrivo.
Mi piace il fatto che la tua immagine sia quella di un vecchio bonario, quasi sempre sorridente e con le guance rosse, come se avessi finito di bere un ottimo bicchiere di buon vino.

I piccoli credono (o vogliono credere) in te, perché bisogna pur credere in qualcosa e poi tu sei quello che porti dei doni, giri intorno alla terra senza fermarti ai confini, superi muri e barriere e non fai differenze di razza, religione e di classe sociale. Sulle differenze di genere, non ti do alcuna responsabilità, visto che cerchi di accontentare le richieste di bambine e bambini. E pare che le bambine continuino a preferire le bambole, mentre i maschietti i giochi elettronici, ma come forse ti stai accorgendo anche tu, il mondo sta cambiando.

Perché ti scrivo stasera? Che cosa chiederti?

Ecco, in un momento di particolare serenità per me (la mia TAC dice che anche questa volta la malattia è ferma), ti chiederei di fermarti un po’ di più in quelle parti del mondo che oggi sono pieni di bimbi e di bimbe privati della loro infanzia, prigionieri di conflitti più grandi di loro, affamati di cibo e di attenzione da parte nostra, che ci sentiamo tutti più buoni soltanto una volta all’anno… Lascia perdere se puoi chi ha già tutto, una stanza tutta per sé e piena di giochi, di playstation, (spero anche dei libri), e fermati principalmente lì dove c’è bisogno di un po’ di luce e di allegria, come negli ospedali pediatrici, nei campi profughi o tra i piccoli in carcere con le loro mamme (ce ne sono tanti, purtroppo!).

Mio caro Babbo Natale, ho già tanti e tanti anni sulle spalle come te, ascolta una tua coetanea che come te ne ha viste e sentite tante; i bambini e le bambine di questo mondo dovrebbero avere eguali opportunità, sono tutti belli e meritano la tua attenzione, ma forse oggi sono troppi quelli che hanno già un fucile in mano o vengono usati come pedine per recapitare le bustine di droga, sono troppi quelli che lavorano per una miseria di salario, tante le bambine che per strada vengono usate dai tanti benpensanti o attirate dai pedofili in rete, bambini e bambine anche nel nostro Occidente che guardano il luccichio delle vetrine, pieni di desideri che non potranno essere soddisfatti.
Allora, vediamo se riuscirai ad ascoltare e ad accogliere questa mia proposta; in caso contrario mi rivolgerò alla Befana, da donna a donna, sperando che sia sensibile a queste mie richieste.

… Aspettandomi che almeno quest’anno il Natale non sia ridotto alla solita vecchia kermesse, che sia un po’ più sobrio dato che sono tanti quelli che non hanno più un lavoro.
Proprio ieri ho incontrato una cara vecchia conoscenza, una persona che un tempo aveva un lavoro qualificato e che ha un contratto precario in scadenza proprio tra pochissimi giorni, il 22 dicembre, alla vigilia di Natale, con un bimbo che ha bisogno più di tanti altri di aiuto e di sostegno… Il suo viso esprimeva tutto il suo stato d’animo e la mia serenità è un po’ appannata da questi pensieri, che ho cercato, caro Babbo Natale, di mettere giù così come venivano.

Ti auguro un “Buon viaggio” intorno al mondo, con una mappa aggiornata, mi raccomando!

quel che rimane

“Scrivere” è davvero come entrare nelle “orearovescio”, che è il titolo di questo blog che seguo con interesse e continuità. Ogni visita a questo blog mi riserva la sorpresa di trovare parole e immagini in cui mi identifico o che mi arricchiscono di nuove visioni e punti di vista. Grazie a Massimo, attento curatore del suo spazio virtuale che prende forma e corpo nelle sensazioni, emozioni e pensieri che ogni volta riesce a suscitare in me.

orearovescio

foto by c.calati

.. è nostalgia che lenta si sfarina e fine fine si deposita, polvere sul cuore, cocaina e cenere, un po’ vitale e un po’ mortale. Non ha più una provenienza né un volto a cui rivolgersi, col tempo ha perso i connotati ed un motivo per esistere, eppure è lì, palpabile e precisa. Così di te mi resterà come una nebbia senza più un nome

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