Aspettando il natale…

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Se stasera potessi, mi piacerebbe scrivere una lettera a Babbo Natale.

Sì, lo so che sono troppo grande ma provo a farmi piccina e la scrivo ugualmente. Mi piace il fatto che la tua immagine sia quella di un vecchio bonario, quasi sempre sorridente e con le guance rosse, come se avessi finito di bere un ottimo bicchiere di buon vino.

I piccoli credono (o vogliono credere) in te, perché bisogna pur credere in qualcosa e poi tu sei quello che porti dei doni, giri intorno alla terra senza fermarti ai confini, superi muri e barriere e non fai differenze di razza, religione e di classe sociale. Su quelle di genere, non ti do alcuna responsabilità, visto che cerchi di accontentare le richieste di bambine e bambini. E pare che le bambine continuino a preferire le bambole, mentre i maschietti i giochi elettronici, ma come forse ti stai accorgendo anche tu, il mondo sta cambiando. Perché ti scrivo stasera? Che cosa chiederti?

Ecco, in un momento di particolare serenità per me (la mia TAC dice che anche questa volta la malattia è ferma), mi viene spontaneo il pensiero a chi vive in situazioni di sofferenza, specialmente se di tratta di minori.

Ti chiederei infatti di fermarti un po’ di più in quelle parti del mondo che oggi sono piene di bimbi e di bimbe privati della loro infanzia, prigionieri di conflitti più grandi di loro, affamati di cibo e di attenzione da parte nostra, che ci sentiamo tutti più buoni solo una volta all’anno… Lascia perdere per una volta chi ha già tutto, una stanza piena di giochi, di playstation, spero anche di libri e fermati principalmente lí dove c’è bisogno di un po’ della tua luce e di allegria, anche negli ospedali pediatrici per esempio o nei campi profughi, o ancora tra i piccoli che vivono chiusi in carcere con le loro mamme (ce ne sono tanti, purtroppo!).

Mio caro Babbo Natale, ho già tanti e tanti anni sulle spalle più o meno come te forse, quindi cerca di ascoltare una tua coetanea che ne ha viste e sentite tante; i bambini e le bambine di questo mondo dovrebbero avere tutti eguali opportunità, sono tutti belli e meritano la tua attenzione, ma forse oggi sono troppi quelli che hanno già un destino segnato,  hanno già un fucile in mano o vengono usati come pedine per lo spaccio e il recapito di droga, sono troppi quelli che lavorano per una miseria di salario, tante le bambine che per strada vengono usate da signori benpensanti o attirate da pedofili in rete, bambini e bambine anche nel nostro Occidente che guardano il luccichio delle vetrine, pieni di desideri che non potranno essere soddisfatti dai loro genitori che arrancano ogni giorno. Allora, vediamo se riuscirai ad ascoltare e ad accogliere questa mia proposta; in caso contrario dovrei rivlgermi alla Befana, parlandole da donna a donna e sperando che almeno lei sia sensibile a queste mie richieste. Sono difficili da esaudire?

Aspettandomi che almeno quest’anno il Natale non sia ridotto alla solita vecchia kermesse, che riesca ad essere un po’ più sobrio, dato che sono tanti quelli che non hanno piu un lavoro. Proprio ieri ho incontrato una cara vecchia conoscenza, una persona che un tempo aveva un lavoro qualificato e che ha attualmente un contratto precario in scadenza proprio il 22 dicembre, alla vigiloa di Natale, con un bimbo che ha bisogno più di tanti altri di aiuto e di sostegno… Il suo viso esprimeva tutto il suo stato d’animo e la mia serenità è un po’ appannata da questi pensieri, che ho cercato, caro Babbo Natale, di mettere giù così come venivano.

Ti auguro un “Buon viaggio” intorno a questo nostro strano mondo, possibilmente con una mappa ben aggiornata! 🤓 A proposito, non dimenticare i bimbi delle zone colpite dai terremoti, mi raccomando! 🙏🙏🙏

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quel che rimane

“Scrivere” è davvero come entrare nelle “orearovescio”, che è il titolo di questo blog che seguo con interesse e continuità. Ogni visita a questo blog mi riserva la sorpresa di trovare parole e immagini in cui mi identifico o che mi arricchiscono di nuove visioni e punti di vista. Grazie a Massimo, attento curatore del suo spazio virtuale che prende forma e corpo nelle sensazioni, emozioni e pensieri che ogni volta riesce a suscitare in me.

orearovescio

foto by c.calati

.. è nostalgia che lenta si sfarina e fine fine si deposita, polvere sul cuore, cocaina e cenere, un po’ vitale e un po’ mortale. Non ha più una provenienza né un volto a cui rivolgersi, col tempo ha perso i connotati ed un motivo per esistere, eppure è lì, palpabile e precisa. Così di te mi resterà come una nebbia senza più un nome

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Ci vorrà

OMBRA (ph. MCR)

Ci vorrà
tutto il tempo necessario
prima che possa anch’io
fare a meno di me
senza voltarmi,
andando,
per lasciare.

Mi hanno colpito molto questi versi di Francesco Scarabicchi (Ancona, 1951, anno di nascita di mia sorella Gabriella) tratti da un piccolo libro IL PRATO BIANCO, edito da Einaudi, che sulla sua caratteristica copertina riporta un’altra delle sue poesie che ha subito catturato la mia attenzione, perché parla delle parole, non quelle gridate ma quelle che amano la penombra.
Mi piace leggerle in silenzio una ad una e poi legarle insieme, in un nuovo significato spesso indicibile: “curare le parole per portarle in salvo”.

Porto in salvo dal freddo le parole,
curo l’ombra dell’erba, la coltivo
alla luce notturna delle aiuole,
custodisco la casa dove vivo,
dico piano il tuo nome, lo conservo
per l’inverno che viene, come un lume.

Sono versi che mi provocano una malinconia serena e qualche riflessione sparsa sul nostro tempo in cui tante parole stanno perdendo il loro significato, mi piacciono i versi che parlano della natura e dell’ambiente (le nuvole che vanno via tacendo, i prati, i fiori e gli alberi, la perdita progressiva di suolo) e quella metafora del “prato bianco” che riesce a farmi immaginare scenari diversi, come quando il poeta affronta l’idea della morte in modo lieve ma estremamente intenso.

Informarmi, che tormento… con qualche piccola consolazione

È uno di quei giorni in cui posso anche star male fisicamente, ma sono la mia passione e l’attaccamento alle sorti di tutti noi che oggi – come in questi ultimi tempi – subiscono un altro colpo. Leggere i giornali e ascoltare le informazioni televisive è diventato sempre più un tormento per me, tanto che ormai vado a caccia di buone notizie. Ma oggi prevalgono quelle “cattive” almeno per me, che mi sembra di ricevere “schiaffi” in faccia.

Inizio dal Mondo #Ikea, la multinazionale svedese che fa di tutto per rendersi simpatica e pulita, “brava a dare lezioni di senso civico e fair play”, che a Bari licenzia senza tante storie Claudio, che lavora con loro da 11 anni, dal momento dell’apertura di questa astronave nel deserto, un lavoratore padre di due bambini, a causa di un ritardo di cinque minuti. Cinque minuti!
Colpirne uno, per avvertirne altri cento…

E questa è solo la punta di un iceberg del modo in cui le multinazionali stanno trattando la loro forza-lavoro, persone in carne e ossa, uomini e donne, spesso soprattutto giovani che non hanno altre alternative.

Cambio pagina e leggo che i naziskin del #VenetoFronteSkinhead in trasferta hanno fatto irruzione in una riunione di gente pacifica, quasi tutte donne e over 50, nella sede dell’associazione “Como senza frontiere“, un incontro settimanale come tanti altri a cui anch’io partecipo con l’associazione di cui faccio parte, per il desiderio (o l’illusione?) di avere più strumenti di conoscenza della realtà in cui viviamo per riuscire a migliorarla, con il contributo di altre persone come me.

L’irruzione e l’imposizione della lettura di un comunicato razzista già di per sé mi disturba profondamente, ma secondo me il vero pugno nello stomaco è stata da un lato la visibilità di questo manipolo nel gran circo mediatico, prime pagine di giornali, siti, radio e Tv, addirittura un’ospitata in Rai a “Uno Mattina”; dall’altro il comportamento di certi personaggi politici che non censurano, trincerandosi dietro il muro dei “No comment”, e chiamando folklore questo genere di episodi, che si moltiplicano in misura esponenziale ogni giorno.
“Avanza – come titola un quotidiano – la galassia nera”, sempre più sdoganata da media e forze politiche, che stanno utilizzando il dilagare della diffidenza e della paura dell’altro, di un “nemico” inesistente (basta leggere seriamente i rapporti dell’Istat) per aumentare i loro consensi, in vista – tanto per cambiare – di nuove elezioni politiche, con una legge elettorale che per ora preferisco non commentare… più che altro per difendere la salute del mio fegato.


Ma intanto posso consolarmi un po’ con le parole di Luciano Benetton, che a 82 anni torna con la sorella a riprendersi la sua azienda (lo sta dimostrando con i fatti nella mia città), che in questi anni è stata deformata e spenta, da madornali errori di gestione, e che ora è in passivo. Dice testualmente che per far risalire non solo i conti, ma anche l’immagine della United Colors “troveremo i giovani giusti, staneremo le intelligenze dovunque si trovino, a cominciare dagli immigrati che sono una ricchezza d’energia. Li chiameremo a Fabrica a studiare e a lavorare con noi, E in poco tempo torneremo a colorare il mondo e a difendere i diritti”.

Non salto di palo in frasca, perchè tutto si tiene, quando leggo che l’albergo di Rigopiano, un 4 stelle con centro benessere e piscina all’aperto, dove soltanto il 18 gennaio di quest’anno sono rimaste sepolte ben 29 persone, era tutto abusivo, non doveva essere costruito lì, dove c’erano vincoli ambientali e relazioni geologiche che avrebbero dovuto bloccare questo scempio. Pare che fosse stato presentato un progetto con foto contraffatte, era un rifugio ed è diventato un mega-centro che attirava turisti da tutta la regione, ignari del pericolo che correvano. E le autorità responsabili (tecnici comunali, sindaci, ecc.) che come le tre scimmiette non vedono, non sentono e non parlano! Ecco in quali mani stiamo, anche quando scegliamo un hotel per una nostra vacanza…

Per varcare i confini di questa Italietta, vediamo un po’ cosa succede nel mondo.

#Trump, che notoriamente dorme 3-4 ore per notte, usa #Twitter – di primo mattino – come una clava, ripescando e rimettendo in circolo vecchi video islamofobi della destra britannica; forse se dormisse qualche ora in più sarebbe un bene per tutta l’umanità!
Ma intanto fa comodo alla nostra ENI, il primo operatore ad aggiudicarsi il permesso di cercare petrolio trivellando il fondo del mar Glaciale Artico, all’interno di uno dei progetti più contestati dell’amministrazione del miliardario, quello di concedere alle compagnie petrolifere la possibilità di perforare il fondo marino di fronte alle coste dell’Alaska. Intanto nei mari e negli oceani, c’è più plastica che pesci: infatti in ogni oceano, ma anche nel nostro Mediterraneo, grazie ad un gioco di correnti, si stanno formando vastissime isole di scarti non biodegradabili, comprese le famosissime infradito.

Ma per fortuna c’è anche una buona notizia: in Kenya “Ocean Sole”, una piccola realtà controcorrente (è proprio il caso di dirlo!), ha creato una rete di raccoglitori che perlustra le spiagge e le comunità.

Poi con detersivi biologici ripulisce e tratta questi vecchi sandali che una cinquantina di artisti trasforma in piccole e grandi opere d’arte riciclata; attualmente riciclano 50 tonnellate ogni anno, dando lavoro retribuito a più di 700 persone. Una goccia nel mare, ma è una realtà che vuole ampliarsi e ci sta riuscendo egregiamente! Vorrei concludere la giornata con un sorriso e ciò che fa questa bella realtà africana, mi rassicura non poco.

Il mio animale preferito.

“Siamo la Pioggia e siamo il Sole”. Lettera a me stessa

“Siamo la Pioggia e siamo il Sole”

Ascolti per caso una canzone e ti ritrovi improvvisamente immersa nella tua quotidianità, quella fatta di certe mattine in cui ti alzi dal letto e riesci a sorridere, piena di forza e di energia verso la luce del nuovo giorno che ti viene incontro, pieno di promesse. La notte è passata, anche questa che la sera prima sembrava incerta, come quelle altre notti trascorse ad occhi aperti a colorare e a sognare sogni mai sognati…

“Siamo leoni e siamo conigli”, come quelle altre mattine, iniziate invece con altri risvegli, quelli in cui stai bene soltanto se rimani al riparo nel buio, coperta e difesa dal tuo piumino, a far finta di dormire mentre il pensiero corre affannato alla giornata da affrontare, una giornata difficile che comincia male, desiderosa di gioia ma piena di dolore. Perché senti che tutto il corpo ti fa male, lo senti respirare silenziosamente in modo dolente, ma non vuoi incrinare la serenità di chi viene a sedersi sul letto per darti il suo “buongiorno”, vuole starti vicina perché ti vuol bene ed è felice se tu ti senti e stai bene.

“Siamo la Pioggia e siamo il Sole” sta cantando Luca Bassanese, quell’impasto di gioia e di dolore che tu conosci bene, la gioia di sentire l’amore dei tuoi cari, la vicinanza degli amici e soprattutto delle amiche, la gioia di essere e di sentirti viva e pronta a metterti in gioco, un misto di allegria buonumore e di improvvisa tristezza. Sì, perché dal mondo ti giungono certe notizie (come quella che si legge più in basso) che ti toccano in profondità e ti pungono, ti fanno più male ora che anche tu lotti ogni giorno contro quella massa che ti abita e non sai mai se sta ferma o se sta riprendendo a muoversi e a moltiplicarsi. Non ti va di parlarne e di essere sempre sincera, non ha molto senso allarmare chi ti vede e dice che stai bene, lo so che sono contenti tutti quando ti vedono sorridere, ma le lacrime a volte scendono e ti sorprendono, non ti chiedono il permesso, fanno rabbia a te e sconcertano gli altri.

Ecco che “a volte siamo buffoni”, maschere costrette a recitare la loro parte migliore, mentre dentro ti senti un blocco unico e duro come il tronco di un albero e altre volte invece instabile e fragile come una foglia che anche una brezza leggera può portar via, improvvisamente lontano.

Un’alternanza continua di giornate ricche e di giornate “vuote”, vuote di azioni ma colme di pensieri e di domande a cui cerchi risposta, momenti in cui senti qualcosa – e non sai nemmeno bene cos’è – che ti rode dentro.
Ma come tutte le altre mattine, anche in quelle strane è tempo di alzarsi e di affrontare le ore che verranno, è tempo mia cara di mettere giù quelle gambe che fanno male, di camminare e di metterti alla prova, senza farsi sopraffare dai grovigli interni.

La tua vita è un continuo saliscendi, come quella di tutti mi dicono, ma tu sai bene che la tua è come un diagramma impazzito, linee spezzate che salgono per un po’ per poi precipitare improvvisamente per un pensiero nero che ti assale, una notizia che ti capita sotto gli occhi, ma che lo dici a fare?

E allora ti aggrappi a ciò che ti piace e ti fa star bene, ti tieni stretta la tua copertina di Linus, ti scegli il libro che stai leggendo, qualche verso che ti ripeti in silenzio perché fa bene al cuore, ti metti ad ascoltare la musica o la canzone che ti piace e ti aiuta, perché – come questa bellissima di Luca Bassanese – riesce a dire talvolta ciò che non ti va di rivelare, soprattutto il pensiero di chi ora non c’è più, i tuoi genitori, tua sorella Gabriella… sì perché è proprio vero che “siamo l’amore che ci hanno lasciato, il resto e il futuro che avremmo sognato”…

Diventare una donna-albero…

Un luogo appartato, lontano dalle corsie e dagli ambulatori del grande ospedale, un luogo dove la grande farfalla sul pavimento ti comunica che lì dentro puoi provare a sentirti più leggera, dove chi ti accoglie riesce sempre a sorriderti e a farti sentire importante.

 

 

 

 

 

 


Sto parlando dello spazio colorato della Ludoteca dell’Istituto Tumori di Bari, dove per il secondo anno ho iniziato a vivere un’esperienza di gruppo di musicoterapia, felice di rivedere sia volti già noti e a me cari, sia volti nuovi che iniziano insieme un nuovo percorso di incontro e di ricerca, che durerà tutto l’anno, fino a giugno:
tra suoni rumori e improvvisi silenzi, tra parole risate e lacrime, abbracci sorrisi e strette di mano, viviamo esperienze inedite per noi, come singoli e come gruppo.

Lo scorso anno ho scritto qualcosa solo per me registrando con parole e disegni tanti momenti diversi, che mi hanno arricchita nella conoscenza di me stessa e degli altri. Ma ciò che ho vissuto stamattina mi piace condividerlo, anche se non so se troverò le parole giuste per esprimere il profondo senso di pace e di benessere provato al termine di una delle performance.

Ci siamo alternati in coppia ad essere e a sentirci un albero o un contadino, seguendo l’armonia di alcuni brani tratti dalle Quattro stagioni di Vivaldi, opportunamente scelti dalla nostra musicoterapeuta e guidati dalle parole lette lentamente dalla psicologa.

Il contadino si prende cura del suo albero e gli appoggia una mano sulla spalla, gli fa sentire la sua presenza, è sempre lì quando giunge l’inverno con il freddo e la neve, le sue dita picchiettano quel corpo ricordando le goccerelline di pioggia che bagnano i rami e il tronco per giungere fino alle radici più nascoste. E quando arrivano la primavera e l’estate, la musica si fa forte gioiosa ed elettrizzante, perchè nuovi germogli nascono e nuovi frutti crescono.
Ma il tempo passa, passa in fretta, l’autunno è già alle porte e la luce cambia, si trasformano i colori delle foglie quasi vivessero una seconda primavera e l’albero le lascia andare verso la terra che le raccoglie, mentre qualcuna innamorata del cielo vola verso l’alto, portata via dal vento.

Ritroviamo il silenzio, ritorniamo in noi stessi e nella nostra memoria, siamo stati contadini e siamo stati alberi.

Opera dell’artista LOREDANA SPIRINEO, in arte SPLO’

Ho provato una grande emozione a diventare una donna-albero,
a rimanere ritta con i piedi ben piantati per terra, a sentire e a riconoscere tutto il corpo finalmente mio, a sollevare lentamente la braccia come rami che guardano verso il cielo, a sentire le gocce di pioggia e a dondolare lentamente avanti e indietro, a destra e a sinistra, sicura della presenza e della cura delle mani del contadino, che accompagnava i movimenti delle fronde.

Ho avvertito, come poche altre volte, quello che Peter Handke chiama “il senso della durata”, “una sensazione, la più fugace delle sensazioni, spesso più veloce di un attimo, non prevedibile, non controllabile, non misurabile”. Una sensazione di ascolto ad occhi chiusi che è riuscita a raccogliere in me in un insieme unico l’armonia delle note musicali e delle parole, la leggerezza dei gesti e il senso di una presenza vigile, il respiro di noi tutti e tutte, mentre le stagioni della vita trascorrevano ed io mi trasformavo, provando “il brivido della durata” come “sensazione di vivere”, la durata come “l’avventura del passare degli anni, l’avventura della quotidianità… quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio!”

Paziente presa in carico globale, senza etichette!

Succede a Bari.
Per inaugurare un nuovo reparto dell’Istituto Tumori viene chiamato Sergio Rubini, che recita la sua performance tra musica e cori per “umanizzare i reparti di oncologia”. Ottima intenzione. L’ala nuova di zecca è stata anche intitolata a don Tonino Bello, un vescovo che in vita è stato una pietra di scandalo per le sue prese di posizione e che sempre più spesso viene ora trasformato in un santino, un’icona buona per ogni occasione.

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere queste mie considerazioni, per contenere la mia reazione emotiva al battage pubblicitario dell’inaugurazione di questo nuovo reparto, ma anche ad altri aspetti che mi hanno colpita e anche un po’ disturbata; e parlo ora da paziente di questo ospedale da ben sei anni.

Intanto la scritta che accoglie chi arriva a questa nuova ala ristrutturata e dedicata al lavoro dell’oncologo appena trasferitosi da un altro ospedale del territorio: mi riferisco in particolare a quella che proclama la “presa in carico globale del paziente” e poi alle più moderne tecnologie di cui è dotato, come precisa l’articolo in alto, insieme agli “ambienti confortevoli e accoglienti“. Quanto di meglio si possa sperare per dei pazienti già duramente colpiti dal terremoto del cancro.

Mi è sorta però spontanea una domanda: ma io, che sono in cura nello stesso Istituto da un altro eccellente oncologo e dalla sua équipe, sono stata forse “presa in carico” in modo parziale? E i reparti che frequento periodicamente, dalle sale d’attesa agli ambulatori, sono confortevoli e accoglienti come i nuovi appena inaugurati? E le più moderne tecnologie del nuovo reparto sono a disposizione di tutti i pazienti dell’ospedale oppure no? Nell’articolo in questione, si parla del fatto che questi sono obiettivi di un’associazione e non quindi di tutta la struttura ospedaliera.

So bene che non avrò risposta a queste domande, anzi credo di non sentirne nemmeno il bisogno. Infatti, pur consapevole dell’importanza degli arredi (per esempio le poltrone per la chemio), dei colori delle pareti dei corridoi e degli ambulatori (spesso totalmente privi di immagini), penso che sia fondamentale la capacità empatica unita alla competenza professionale delle persone che ti accolgono fin dal tuo primo ingresso nella struttura: da chi deve saper fornire gentilmente le informazioni per orientarsi tra i diversi piani e reparti agli infermieri degli ambulatori e delle corsie, dal personale addetto alle pulizie (che considero fondamentale in un ospedale!) ai medici oncologi, radiologi e chirurghi, anestesisti e tanti altri. Per non parlare degli psicologi e di altre importanti figure, insieme ai volontari di diverse associazioni.

La mia è stata fortunatamente un’esperienza molto positiva e non mi stancherò mai di ripeterlo:  colpita ben sei anni fa da un carcinoma polmonare e da un’altra grave patologia, sono stata accolta dal dr. G., un oncologo che mi ha accompagnata con umanità, competenza e spirito amichevole lungo il mio percorso di cura, non sempre facile; un’altra oncologa della sua stessa équipe, la dott.ssa C., mi è stata e mi è vicina in momenti diversi, accorgendosi grazie anche al suo intuito femminile del mio bisogno di sostegni diversi da quelli soltanto farmacologici. Infatti è lei che mi ha consigliato di entrare a far parte di progetti pensati e realizzati per il benessere di chi deve sopportare il peso di una malattia senza fine: dalle cure palliative e di terapia del dolore con un medico anestesista assolutamente speciale fino alla musicoterapia: prima “bagni sonori” individuali con le campane tibetane, poi musicoterapia attiva di gruppo, che ho appena ripreso con gioia, grazie al servizio di Psiconcologia!

Senza etichette, quindi, mi sembra di essere stata realmente “presa in carico in modo globale” e la mia vita si svolge oggi cercando di convivere con la malattia: ho ripreso il mio impegno civico, sto facendo rivivere le mie passioni vecchie e nuove, intrecciando relazioni positive che mi arricchiscono e mi aiutano ad affrontare gli inevitabili momenti difficili, soprattutto il continuo saliscendi determinato anche dagli effetti collaterali non solo delle terapie ma anche dagli anni che avanzano che mi impongono nuovi limiti a cui devo abituarmi, sia pure a denti stretti: può essere bello invecchiare… quando ti sembrava che la vita stesse lì lì per finire!

Certo, spero che non si creino – all’interno dello stesso ospedale – categorie diverse di pazienti, per dirla nel linguaggio sportivo, quelli di serie A e altri di serie B. Anche a me farebbe bene vivere il tempo dell’attesa della mia terapia in una sala più accogliente (meno spoglia) e poi trascorrere i momenti di infusione in un ambulatorio più confortevole, magari dotato di qualche carrello in più dove poter appoggiare una rivista o un libro, la bottiglietta d’acqua e il pacchettino di cracker che mi porto da casa o la sciarpa per i momenti di freddo.

Penso che il gran lavoro da continuare sia molto complesso, poiché l’umanizzazione di una struttura sanitaria riguarda tanti aspetti, dalle informazioni da fornire con chiarezza e gentilezza alle dinamiche di accoglienza di pazienti e familiari, dalla semplificazione delle procedure di accesso alle prestazioni alla fruibilità della documentazione sanitaria, per non parlare della comunicazione clinica e delle qualità tecnico-professionali e relazionali di tutti gli operatori sanitari sia tra di loro (per stabilire un clima lavorativo predisposto al dialogo e alla collaborazione) sia ovviamente con il paziente/cittadino.

Non è quindi sufficiente predisporre un’isola all’interno di un ampio complesso, ma affrontare coraggiosamente i diversi aspetti: come può infatti un medico oncologo dedicare ai pazienti l’attenzione e l’ascolto che ritiene necessari, se il loro numero è troppo alto in relazione al tempo cronologico previsto e se viene continuamente pressato a far presto, per occupare le poltrone delle terapie giornaliere, soprattutto quelle di lunga durata? E qui entrano in gioco problemi che riguardano la politica regionale sulla sanità, come la cronica carenza di personale o la presenza di operatori precari, ecc. Ma della carente politica regionale sulla Sanità in Puglia, con un presidente-assessore, non voglio parlare in questa sede.


Poesia dei doni di Jorge Luis Borges*

Ringraziare voglio il divino labirinto degli effetti e delle cause…

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione,
che non cesserà di sognare

un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,

…per i fiumi segreti e immemorabili che convergono in me…

per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,

…per il mare, che è un deserto risplendente e una cifra di cose che non sappiamo…

per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

*Jorge Luis Borges,
Buenos Aires (Argentina) – 24 agosto 1899
Ginevra (Svizzera) – 14 giugno 1986
Divenne cieco verso la fine degli anni ’50
e da allora riuscì a trasformare in senso creativo la sua cecità,
in una potenza visionaria che si esprime nelle metafore e nei suoi scritti.

…per la musica, misteriosa forma del tempo.

“Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso?”

Sempre più spesso mi capita di vivere una giornata difficile, vuota e quasi inutile, una di quelle che vorremmo cancellare, in cui mi sembra di non aver vissuto.  Avviene quasi sempre subito dopo un giorno vissuto bene, piena di energia, di incontri e di protagonismo sulla piccola scena del mio mondo circoscritto.

Poi il flop! Come un palloncino che si sgonfia, perdendo progressivamente tutta l’aria che lo rendeva bello e forte, pronto a volare sempre più in alto fino a scomparire.
Faccio ancora molta fatica ad accettare giornate come queste, nonostante ormai tutta la mia vita sia ormai un continuo saliscendi, come una montagna russa… e allora per non “perdere il senso” e non farmi trascinare dai pensieri, vado in cerca delle parole. A volte non le trovo e solo la notte mette fine alla sequenza lenta di queste ore, ma anche oggi come già un’altra volta è Christian Bobin che mi viene in soccorso e riesce a placare questa insoddisfazione che mi prende quando arriva la sera…


Io mi fermo qui e cedo il posto alle sue parole, trovate in un altro dei suoi bei libri, intitolato non a caso “Elogio del nulla”. Sono parole che mi aiutano a capire e che riescono a riempire in qualche modo il silenzio che ha avvolto queste mie ore.

“Cosa dà senso alla mia vita? Nulla […].
Perché ai nostri giorni occorrerebbe un senso? Per salvarli?
Ma [la vita] non ne ha bisogno. Non c’è perdita nelle nostre vite, perché le nostre vite sono perdute da sempre, perché continuano a svanire momento dopo momento. Nella sua lettera una parola mi infastidisce. La parola «senso». Mi permetta di cancellarla.
Guardi cosa diventa la sua domanda, come si presenta bene adesso. Aerea, agile: «Cosa le dà la vita». Stavolta la risposta è facile: tutto. Tutto ciò che non è me e mi illumina. Tutto ciò che ignoro e che aspetto. L’attesa è un fiore semplice. Germoglia sui bordi del tempo.


È un fiore povero che guarisce tutti i mali.
Il tempo dell’attesa è un tempo di liberazione. Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare, per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno.
Lo avrà senza dubbio notato: la nostra attesa – di un amore, di una primavera, di un riposo – viene sempre soddisfatta di sorpresa. Come se quello che speravamo fosse sempre insperato. Come se la vera formula dell’attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l’imprevedibile. Non aspettare niente, se non l’inatteso.

Questo sapere mi viene da lontano. […] Mi viene dall’unico maestro che io abbia avuto: un albero. Tutti gli alberi nella sera trepida. Mi ammaestrano con il loro modo di accogliere ogni istante come una buona ventura.


L’amarezza di una pioggia, la follia di un sole: tutto è nutrimento per loro. Non hanno preoccupazione di nulla, e soprattutto di un senso. Attendono, di un’attesa radiosa e tremula. Infinita. […] Un albero che risplende di verde. Un viso inondato dalla luce. Questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede. Smarrirsi nei libri, o nei boschi. La natura sommerge i libri. L’erba ricopre il pensiero. Il verde assorbe l’inchiostro. […]

L’arte di camminare è un’arte contemplativa. All’inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa. Non si è più una traversata luminosa del paesaggio. Si è soltanto, se stessi, una farfalla morta, polverizzata dal vento.
Non si lotta più con l’aria, con il vuoto dell’aria, con gli angeli nel vuoto. […] Si è nelle migliori mani che ci siano, quelle del vento, del nulla innocente di ogni giorno. Portati via, abbandonati, ripresi. Che altro?
Il lavoro: nulla. Il pensiero: è niente. Il mondo: è niente. La scrittura che è lavoro, pensiero, mondo: niente.


Resta l’amore che ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla. […] L’amore non revoca la solitudine. La porta a compimento. Le apre tutto lo spazio per bruciare. L’amore è niente più che questo bruciare, come bruciare al calor bianco. […] Una luce nel respiro. Niente di più. E tuttavia mi sembra che una vita intera sarebbe leggera, affacciata su questo nulla.
Leggera, limpida: l’amore non oscura ciò che ama. Non l’oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo. Lo lascia andare e venire. […] Elogio del poco, lode del debole. […] L’amore […] si accompagna alla gioia. La gioia è una scala di luce nel nostro cuore. Porta ben più in alto di noi, ben più in alto di sé: là dove non c’è più niente da afferrare, se non l’inafferrabile”.

Gracias a la vida: il potere di un canto

La lettura di un buon libro, i colori e i pennelli e poi… e poi c’è la musica, quella che amo, che mi dà gioia, che mi aiuta a smaltire la malinconia, mi regala benessere, porta via la tristezza e talvolta anche il dolore.

…quando il sonno tarda a venire

Mi è successo stamattina, la giornata non si presentava delle migliori per dei dolori odiosi e sciocchi. Ho dato un’occhiata distratta al cellulare e su WhatsApp, dove c’era un link che non avevo aperto. L’ha inviato al gruppo di musicoterapia la carissima E.T., una ragazza aperta e piena di energia, anche se la vita le ha teso una trappola com’è capitato a me.


Ho iniziato ad ascoltare la voce dolcissima di Mercedes Sosa e una dopo l’altra ho ascoltato tutte le sue canciones, da Todo Cambia fino a quella che mi cattura l’anima: Gracias a la vida, che ha cantato con Joan Baez, un’altra grande cantautrice di cui amo lo stile vocale, la sua tenacia nel perseguire l’impegno pacifista per i diritti civili e che mi ricorda quando da ragazza cantavo anch’io con lei la ballata di Sacco e Vanzetti Here’s to You o We Shall Overcome


Non ho perso l’entusiasmo e la voglia di lottare, ma ora devo fare i conti con molti limiti come un corpo che non risponde più come prima, con la voce che rimane in gola, con terapie che hanno i loro effetti collaterali, ecc.
Ma stamattina quel link aperto quasi svogliatamene ha dato inizio ad un concerto costruito su misura per me, quella musica è riuscita a cambiare verso alla giornata, almeno una metà, poi il pomeriggio è andato in un’altra direzione.
Grazie cara amica, che generosamente ci mandi dei link musicali e le foto dei luoghi in cui ti trovi, io viaggio con te, sull’onda della musica che parla il suo linguaggio universale!

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me dio dos luceros, que cuando los abro,

Perfecto distingo lo negro del blanco
Y en el alto cielo su fondo estrellado

Y en las multitudes el hombre que yo amo

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado el oido que en todo su ancho

Graba noche y dia, grillos y canarios,
Martillos, turbinas, ladridos, chubascos,

Y la voz tan tierna de mi bien amado

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado el sonido y el abecedario;

Con el las palabras que pienso y declaro:
Madre, amigo, hermano, y luz alumbrando
La ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la marcha de mis pies cansados;
Con ellos anduve ciudades y charcos,

Playas y desiertos, montanas y llanos,
Y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me dio el corazon que agita su marco

Cuando miro el fruto del cerebro humano,
Cuando miro al bueno tan lejos del malo,
Cuando miro al fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la risa y me ha dado el llanto

Asi yo distingo dicha de quebranto,
Los dos materiales que forman mi canto,

Y el canto de ustedes que es mi mismo canto,
Y el canto de todos que es mi propio canto
Gracias a la vida que me ha dado tanto