25aprile2019 – Resistere alla “moda del disincanto”

Noi
abbiamo l’allegria delle nostre allegrie
e abbiamo pure
l’allegria dei nostri dolori.

Perché non ci interessa la vita indolore

che la civiltà del consumo
vende nei supermercati.

E siamo orgogliosi

del prezzo di tanto dolore
che per tanto amore abbiamo pagato.

Noi

abbiamo l’allegria dei nostri errori
dei ruzzoloni che provano la passione
dell’andare e l’amore verso il cammino.

Abbiamo l’allegria delle nostre sconfitte

perché la lotta
per la giustizia e la bellezza
vale la pena persino quando si perde.

E abbiamo sopra tutte le cose

l’allegria delle nostre speranze
mentre impazza la moda del disincanto
ora che il disincanto è diventato
un articolo di consumo massivo e universale.
Noi.

Eduardo Galeano (1940 – 2015)

Mentre nell’arena politica impazzano dichiarazioni ad uso e consumo dei fans, io oggi voglio – come ogni anno – stare un po’ in compagnia del ricordo di mio padre, che ha fatto parte di quella schiera di IMI (Internati Militari Italiani) che non ha aderito, nonostante le continue lusinghe, alla Repubblica Sociale di Salò, sopportando insieme ad altri ufficiali i morsi della fame, il freddo gelido dei campi tedeschi di internamento, le pesanti fatiche quotidiane, la privazione della sua libertà, rischiando la vita in nome di un giuramento fatto all’Italia (sono parole sue).

Sembra incredibile, l’ho scritto tempo fa in un breve post  https://maricri48.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=622&action=edit
in cui racconto qualche frammento della sua esperienza, che tanti uomini, educati fin da bambini dal fascismo, abbiano avuto la forza di accettare una prigionia durissima piuttosto che capitolare davanti al collasso della nazione, provare a resistere piuttosto che tradire la divisa e il giuramento al re (e non a Mussolini).

“Siamo soli, scrive il capitano medico Guglielmo Dothel, non combattiamo più per nessuno ma solo per noi stessi in nome della nostra coscienza, del nostro onore, della nostra dignità di uomini”.

Ciao papà, che bella e grande eredità che mi hai lasciato!

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Back in time… passeggiata solitaria, immersa nella campagna pugliese

Soltanto un anno fa!
Era il giorno di Pasquetta, il 2 aprile 2018, ed io dopo il pranzo con i miei familiari, rigorosamente all’aperto, decisi di fare una passeggiata sola soletta nella campagna di Monopoli, una deliziosa cittadina sul mare in provincia di Bari.

Oggi, rivedendo alcune mie fotografie di quella bellissima giornata, ho pensato di pubblicare in questo spazio (consacrato soprattutto alle parole…) anche qualche scatto di quei momenti ricchi di bellezza e di emozioni.
Ricordo che mi fermavo a guardare il paesaggio nel suo complesso, ma mi fermavo anche ad osservare le rugosità dei tronchi di ulivo, le piantine spontanee, i primi papaveri, le bianche abitazioni rurali e soprattutto gustavo il silenzio vivo della campagna, i movimenti sotterranei di animaletti quasi invisibili tra le pietre dei muretti a secco.

Camminavo e sentivo il profumo dell’aria libera da smog, il fruscio della brezza pomeridiana e mi piaceva il fatto di essere da sola, tra alberi, fiori, l’azzurro del cielo e le mille sfumature di verde. Ciò che più mi incantava però era la luce di quel tranquillo pomeriggio primaverile!

Di tanto in tanto, arrivavano le voci attutite dalla distanza di persone che come me stavano trascorrendo la pasquetta in campagna, voci allegre, anche un po’ di musica. Voci che si integravano perfettamente in quel paesaggio.

Amo profondamente la campagna pugliese, i suoi ulivi, i muretti a secco che dividono i campi

Quest’anno la difficoltà di poter camminare in totale autonomia  mi impedirà certamente  di ripetere questa esperienza, ma rivedere queste immagini mi fa bene, riprovare quelle emozioni è salutare per me, non voglio che i bei momenti trascorsi finiscano nel dimenticatoio


Una delle abitazioni rurali sparse per le contrade della campagna di Monopoli. Qui siamo in Contrada Lamafico.

Un’edicola votiva.

Non trovo più… “Le parole per dirlo”

Forse dovrei trovare un altro nome per questo blog!
Sì, perché sempre più spesso mi accorgo di non avere parole per commentare ciò che vedo succedere in giro per il mondo, oppure non riesco a descrivere i miei stati d’animo e la condizione difficile che sto vivendo in questa fase della vita.
Io che prima scrivevo facilmente di tutto e su tutto, inizio a pensare che non serva a nulla esprimermi per comunicare il mio punto di vista, io che ho sempre stimolato gli altri a far circolare idee e conoscenze, è come se fossi caduta in una bolla di silenzio. 

Sono frastornata dalla quantità di notizie e informazioni, di parole e immagini, che ogni giorno ci arrivano dai media e dai social. Sto provando a difendermi, selezionando al massimo ciò che leggo e ascolto, eppure ciò che mi ‘arriva’ mi sembra sempre troppo. Più gli altri parlano, più io provo la tentazione del silenzio, anche se a volte parlare e prendere posizione può diventare un dovere.

Chissà se questa afasia è temporanea, nel qual caso pazientemente cercherò di superare questa fase, ma se dovesse durare a lungo il mio disagio aumenterebbe: infatti a me piace il contatto con gli altri, lo scambio di idee, la circolazione delle informazioni, amo discutere e ragionare, raccontare ed esprimere ciò che penso e ciò che sono.

Ma a chi interessa oggi ciò che ho da dire? Forse è questa la domanda che mi blocca sul nascere qualsiasi tentativo di articolare dei pensieri…

 

L’atmosfera di una casa: che cosa le dà vita!

Trascorrere tanto tempo in casa ti obbliga a guardarla e a viverla in un modo completamente diverso rispetto al passato, quando correvi via al mattino, passavi lunghe e numerose ore fuori per lavoro e poi finalmente ritornavi. Spesso però dovevi uscire nuovamente per una serie di faccende, riunioni, spesa, compagnia ai genitori anziani. E la sera, finalmente la sera quasi non ti accorgevi di dove ti trovavi. Anche se era un ritorno al nido.

Quando oggi ripenso a quegli anni, non mi sembra vero di aver avuto la forza di sostenere ritmi così serrati, la capacità di tenere unite insieme tante cose diverse, di vivere una vita così piena di impegni e di relazioni e anche abbastanza serena e gratificante, nonostante i lunghi e difficili periodi di sofferenze familiari.

Oggi la mia vita è totalmente cambiata e mi capita di tanto in tanto di osservarla quasi dal di fuori: si svolge per giorni e giorni tra le pareti domestiche e talvolta, come mi succede sempre più spesso, nello spazio fortunatamente ampio del mio soggiorno, dove tra quadri che amo, qualche pianta, i libri in lettura, le cataste di giornali e magazine, i CD musicali, la Tv e tanti oggetti familiari, io mi lascio andare ai pensieri, senza forzarli.

Ma gli “oggetti” inanimati, che pure tutti insieme personalizzano fortemente il mio ambiente domestico, contano ben poco rispetto alla presenza anche silenziosa (è bello sapere che c’è), alla capacità di prendersi cura (di me, delle piante, dei fiori sul davanzale del nostro studio in comune, della cucina!), ai discorsi e alle idee che ci scambiamo, alla tenerezza degli sguardi, alle battute di spirito che mi aiutano a sorridere e ai gesti importanti che il mio compagno di una vita (ci siamo presi per mano nel 1969) continua a regalare a me, all’atmosfera calda e accogliente di questa casa, alle persone che sono con noi e intorno a noi.
Mi sto accorgendo ogni giorno di più che sono stata fortunata, nonostante la malattia e soprattutto la gestione degli effetti collaterali, attualmente più difficile di un tempo. Insieme siamo una forza, da sola mi sento sperduta come Pollicino nel bosco: senza di lui anche questa bella casa non riuscirebbe a farmi sentire “a casa”…

In questo spazio dedico a lui tutti i miei pensieri positivi, quelli che quasi sempre gli comunico senza parole, con la parte migliore di me, quella che ricava un grande beneficio terapeutico dall’atmosfera viva della sua presenza.

Insieme

“Forse la notte è vita…”

“Della notte so poco ma di me la notte sembra sapere di più ancora, mi assiste come se mi amasse, mi ammanta di stelle la coscienza. Forse la notte è la vita e il sole la morte”.

Foto tratta dal sito web teatroecritica.net

Oggi queste parole, tratte dallo spettacolo teatrale Dopo la battaglia di Pippo Delbono, mi sono tornate in mente all’improvviso, appena ho letto la notizia della morte di Bobò, l’attore (nella foto) sordomuto e analfabeta, una figura piccola e minuta, ma potente, che non dimenticherò mai.
Lo rivedo in una delle scene di quello spettacolo, che ora mi sembra attualissima.
Allora eravamo nel febbraio 2013: Bobò avanzava lento, vestito di bianco e sventolava il tricolore, era l’immagine dell’Italia di allora, ferita e irriconoscibile nella sua identità, un’Italia che camminava a fatica, dondolando passo dopo passo, con lo sguardo fisso verso il basso.

Foto tratta da Franzmagazine

Insieme a Bobò, mi torna in mente tutto lo spettacolo, fin dalla scena iniziale, grigia e plumbea, con porte che si chiudevano sbattendo violentemente, un luogo che rimandava ad una prigione o a un manicomio, dove regnano isolamento e solitudine: fui come trafitta da alcuni ricordi personali e familiari, improvvisamente vivi e nuovamente dolorosi, con quelle voci forti e disperate di chi prova a scappare e poi torna, urla e piange, voci di donne e uomini che sembravano perdersi per poi ritrovarsi, cercando le parole per comunicare tra loro le emozioni, con il corpo, con i suoni e con la danza.

La foto è tratta dal sito web “Il Cittadino Online”

Senza opporre alcuna resistenza, quella sera mi misi in viaggio lungo una strada che Pippo Delbono conosceva bene per esperienza personale, non ero più soltanto una spettatrice ma vivevo la sequenza dei quadri, provando emozioni fortissime. Corpo e mente totalmente coinvolti da ciò che accadeva sul palcoscenico: ricordo ancora oggi che ci fu un momento in cui provai il bisogno prepotente di unirmi alla danza delle tre donne in rosso che con Pippo Delbono si muovevano sulla scena sempre più velocemente, talvolta in modo parossistico e scomposto, mentre la musica si faceva via via sempre più forte. E davanti a un mare in tempesta rivedo la figura di Delbono che con le braccia verso l’alto urlava “stiamo naufragando”…

Pippo e Bobò
Foto di Karine de Villers e Mario Brenta

Anche oggi siamo alle prese con dolorosi naufragi, quelli di centinaia di persone in fuga dall’orrore e quello delle nostre idee di umana solidarietà.
In quello spettacolo Delbono raccontò la storia del suo incontro nel manicomio di Aversa con Vincenzo Cannavacciuolo, in arte Bobò, l’uomo senza voce, condannato al silenzio, che tuttavia riusciva sulla scena a comunicare con tutto il suo corpo e con le espressioni stralunate del suo viso, un piccolo grande uomo, che avanzava barcollando, incerto ma ipnotico, bellissimo e poetico, nella sua drammaticità. Era in ogni spettacolo l’alter ego di questo grande drammaturgo, fuori dagli schemi.
La sua morte improvvisa mi ha riportato indietro di sei anni, ma oggi capisco molto di più il senso delle parole citate in apertura: “Forse la notte è vita…”

E il naufragar m’è dolce… (?)

Se il grande Giacomo Leopardi fosse un nostro contemporaneo, forse correggerebbe lo splendido verso de L’infinito, anche se il suo era il mare di verde che poteva abbracciare con il suo sguardo.

Questo verbo non mi abbandona da giorni e giorni; infatti non faccio altro che pensare al braccio di ferro crudele e cinico tra i muscolosi protagonisti di questa Europa pavida e chiusa in se stessa: non concedere il permesso di attraccare in un porto italiano o europeo a un pugno di naufraghi, in attesa nelle acque territoriali della minuscola isola di Malta.

Fa freddo dovunque e noi cerchiamo per noi stessi un riparo, un po’ di calore e qualche comodità che ci faciliti la vita. Ma ciò non vale per questo gruppo di persone, tra cui dei bambini. Forse perché non sto bene nemmeno io e non ho possibilità di distrarmi, ma sto toccando con mano che come persona e cittadina italiana ed europea, nata al posto giusto al momento giusto, io non conto nulla, non posso far nulla se non indignarmi, provare una gran rabbia e descrivere questo mio stato d’animo su questo blog.

Ho letto dello scatto di umanità e senso di responsabilità di alcuni sindaci, quello di Palermo in primis, e spero che si muova presto qualche giudice: assistiamo ogni giorno allo strapotere delle varie mafie, mentre si punta il dito accusatore contro il sindaco di Riace, si finge di chiudere i porti per impedire a poche decine di persone stremate di scendere dalla nave e toccare la terraferma, tra selfie e dichiarazioni sui social, terreno fertile per la propaganda politica, in vista delle prossime elezioni europee e soprattutto con un occhio alle percentuali di votanti-follower.

Non ho conclusioni da tirare, oggi questo spazio virtuale mi permette soltanto di esprimere ciò che sento e provo, in compagnia di idee minoritarie, condivise da pochi gruppi di persone. A quanto sembra…

Grazie, amica geniale

Cos’altro aggiungere ad una recensione così personale (e potente nei suoi contenuti) della fiction in onda attualmente sulla RAI “L’Amica geniale”, tratta dal romanzo di Elena Ferrante? Ho letto uno dopo l’altro i quattro libri, immersa nelle mille pieghe dell’universo femminile, colpita dalla violenza degli ambienti di vita delle ragazze e dei maschi, attratta dalla scrittura di questa autrice che non conoscevo se non per sentito dire. Ora sto vedendo anch’io le puntate della serie e questa per ora è la recensione che mi è piaciuta maggiormente, perché tocca alcune delle mie corde più profonde.

manginobrioches

Lamica-geniale-1

Avete presente, sì, quello snobismo cretino per cui quando un libro, un film, una serie tv lascia tutti entusiasti tu sei colta da Scuntentizza Grave A Prescindere, o Ripulsa Programmatica, o qualsiasi altro modo vogliate usare per definire il “preferirei di no” che sostituisce il solito “sì, sì, sì” (ovvero, Bartleby che prende servizio mentre Molly Bloom è in permesso)? Ecco. Con “L’amica geniale”, libro prima e serie tv dopo, a me è successa questa cosa. O meglio, mi stava succedendo, ma poi una mia amica geniale ne ha detto cose che io, come una Lenù calabrese ma spiccicata, ho subìto come ogni volta che lei capisce le cose prima di me, meglio di me, invece di me. Che io pure, quando essa, Lila mia, parla mi sento un’imbecille, perché lei mi spiazza, e mi gira e mi vota e mi furrìa il mondo e…

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Perché forse questo tempo passerà…

Da qualche mese stai ripetendo a te stessa che la realtà non è altro che ciò che accade, è la vita che scorre e ti porta lungo strade non sempre facili, anzi spesso impervie, ma obbligate. Il mantra però comincia a non funzionare come vorresti,  può succedere infatti di sentirsi e di essere impreparati ad affontare nuove difficoltà. Come sta capitando proprio a te questa volta!

Ti sentivi ormai sicura di poter superare tutto e invece inciampi in nuovi ostacoli, che durano oltre il tempo “previsto” (immaginato, più che altro…).

Ti rendi conto che dentro di te scricchiola qualcosa, che non promette nulla di buono.

Ti aggiri nel consueto paesaggio casalingo, di cui conosci ogni angolo, ogni particolare, è un paesaggio che ami per carità ma ti chiude lo sguardo in confini ristretti, non ti permette di partecipare alle iniziative che ti interessano, non incontri gente con cui puoi discutere e scambiare punti di vista, non ti permette di godere le variazioni della nuova stagione in arrivo, anche l’inverno al sud ha il suo fascino!

Quando ti trovi a vivere un percorso di malattia e di cura, fortemente limitata nella forza e nelle energie fisiche, provi la sensazione di essere bloccata in un lungo tunnel buio, guardi avanti per vedere se si riesce a vederne la fine ma niente… e allora anche la mente viene gradualmente invasa da un senso di ribellione, è sempre più restia ad accettare i limiti di quel corpo, prigioniero di una gabbia, perché vorrebbe continuare come prima a muoversi in autonomia, in lungo e in largo.

Forse però è arrivato il momento di ri-fare i conti con le nuove fragilità, di cercare un nuovo modo di esistere, un modo di vivere una condizione non nuova ma completamente diversa da un tempo, per niente facile e piacevole, lasciando andare la nostalgia di quella parte di te, che in fondo amavi: quella della donna attiva e presente in tante iniziative pubbliche, pronta a darsi da fare per una causa che riteneva giusta, a muoversi con gli altri e anche a sentirsi gratificata dai riconoscimenti che riceveva, contenta del fatto che la bambina timida e silenziosa di un tempo era riuscita a trasformarsi in una persona più sicura di sé.

Ecco perché oggi ti ritorna in mente proprio quella ragazzina bloccata, oggi che l’insicurezza fisica ti costringe ad accettare il ridimensionamento di tanti desideri, a vivere l’oggi, i giorni che si susseguono uno dopo l’altro, talvolta vuoti e sostanzialmente inutili, cercando un modo per valorizzare i momenti migliori, che non mancano, anche se rischiano di essere sepolti dalla forza distruttiva di quelli peggiori, che tendono a moltiplicarsi. Quelli in cui scopri che dolore e sofferenza assumono nuove forme, più mute e silenziose, quasi invisibili agli occhi degli altri che ti guardano senza riuscire a scorgere la tua rabbia nascosta mista a tristezza, la malinconia e il vuoto che lasciano tutte quelle aspirazioni inappagate, la maggiore difficoltà di convivere con un corpo che è proprio il tuo e sembra tradirti ogni momento…

Avevi smesso di chiederti perché, sapevi che non serve accavallare domande a cui non c’è risposta, ma ora è dura e vorresti tanto sapere quando finirà la notte e tornerà il sole! Perché forse questo tempo passerà…

Aveva ragione Fabrizio De André, il grande Faber: “Ci si crede sempre coraggiosi, però si spera di non doverlo mai verificare”.

“Scusate il mio e il vostro fallimento”

La vignetta tragica di Mauro Biani non fa che rigirare dentro di me la lama di un coltello che mi fa male dentro, nelle profondità più vicine al mio essere.
Amadou Jawo, un ragazzo di soli 22 anni, africano del Gambia, si è impiccato al cornicione della casa in cui abitava a Castellaneta marina, nella mia Puglia.
Tutte le morti mi toccano, anche quelle nascoste dietro i grandi numeri, io vedo uomini donne e bambini, ragazzi giovani e vecchi, dietro ogni numero… c’è una persona con la sua storia e il suo mondo, le speranze e le delusioni, le difficoltà generate da ciò che si desidera e ciò che si è costretti a fare, c’è la sua famiglia e le relazioni sociali, ci sono le sue aspettative. Come il desiderio che coltivava anche Amadou di voler tornare in Africa, come dicono, ma chissà se invece forse voleva restare ancora qui da noi, visto che aveva fatto ricorso dopo la negazione dell’asilo politico, la protezione internazionale che aveva richiesto.

Però all’udienza del 12 ottobre scorso, lui non è stato invitato a parlare o ad assistervi, non contava nulla, era una pratica da concludere. Amadou non era ancora un “irregolare” quindi, tra l’altro da due anni in Italia aveva lavorato nei campi e avrebbe forse potuto – se il vento non fosse nel frattempo mutato in questa Italia “del cambiamento” – avere un permesso di soggiorno umanitario.

E mentre a Roma si discute al Senato il “decreto sicurezza”, che si propone un giro di vite contro i migranti (stanno chiudendo in silenzio uno dopo l’altro in provincia di Bari gli SPRAR, dove sono in atto microprogetti di integrazione diffusa, più facile da attuare che nei CARA delle periferie urbane), Amadou si vede confinato in un limbo, sa che tornerà da sconfitto nel suo Paese di origine, lui sarà quello che non ce l’ha fatta, è comprensibile che lo abbiano visto “depresso”.

Se provassimo realmente a metterci nei panni degli altri, capiremmo molto di più degli sconvolgimenti interiori che devastano l’animo umano, il dolore muto che non trova sbocchi, invisibile agli occhi di chi brandisce le sue certezze come clava da roteare contro altri esseri umani. La morte di questo ragazzo, a pochi chilometri dalla mia città, mi fa sentire tutta la mia impotenza e inutilità, mette in discussione il mio posto in questo mondo, mi provoca un senso di fallimento che è difficile contenere e gestire, soprattutto se poi devi startene buona a casa, perché non stai bene e non puoi muoverti, uscire, parlare con altri, manifestare il tuo dissenso.

Sono giornate complicate per me, in cui continuo a voler seguire tutto ciò che scorre sugli schermi del mio cellulare, del tablet o della Tv: accadono cose che non pensavo fossero più possibili, fatti che mi sollecitano, m’interrogano, m’indignano e mi fanno stare ancora più male. Capisco che forse sono ipersensibile, ma solo quando tocchi fino in fondo la tua fragilità forse riesci a provare un maggior senso di empatia e di vicinanza con chi soffre, sia pure per motivi e condizioni diverse dalle tue.

Sto pensando al modo in cui in una scuola primaria di Lodi si è attuata una discriminazione inaccettabile tra i bambini italiani e i figli di famiglie extracomunitarie, residenti da anni in città e regolarmente registrate. Bambini che vengono crudelmente separati nel momento in cui dopo le ore di scuola trascorse insieme si va a mensa, ci si siede a mangiare e a chiacchierare liberamente.

Ho insegnato a lungo e so quel che si prova come insegnante se arrivano disposizioni che non condividi, perché toccano la tua coscienza, i tuoi ideali di vita, ciò che ogni giorno trasmetti con passione, il tuo modo di stare al mondo: trovarsi di fronte bambini tristi e increduli, che non capiscono per quale motivo non possono stare con i loro compagni, è dolorosissimo, non ci sono parole giuste per spiegare davanti ai loro occhi, che sanno cogliere ogni tratto nascosto delle tue espressioni, ciò che sta succedendo.

Mi conforta l’ondata spontanea di solidarietà, ma io desidero che le istituzioni non cadano in mano a chi aumenta l’abisso delle disuguaglianze già esistenti, in mano a chi si nasconde dietro provvedimenti “amministrativi” che solo apparentemente proclamano che “tutti dobbiamo rispettare le regole”. In Italia, poi, dove la corruzione è diffusa e regnano sovrane l’alegalità e l’illegalità delle mafie.
Sono d’accordo sulle regole da rispettare, ma vietare per esempio la dimora ad un sindaco come Mimmo Lucano nella sua Riace equiparandolo ad un boss della potente ‘ndrangheta calabrese, non mi sembra un provvedimento neutro.
Come  a chilometri di distanza (l’Italia è lunga) chiedere a una famiglia che è arrivata in Italia dopo lo tsunami e che paga regolarmente le tasse di produrre un fantomatico documento che certifichi di non possedere beni immobili al suo Paese, mi sembra solo ed esclusivamente una deliberata scelta politica.
Perché chi è benestante non fugge dalla sua condizione, non abbandona tutto per l’ignoto.

Come si fa a restare umani?