Visitare la Puglia e il Salento in sedia a rotelle: il mio viaggio on the road

In Puglia su una sedia a rotelle: non potevo non ribloggare questo racconto di viaggio nella mia regione, che faticosamente sta imparando ad accogliere tutti. C’è ancora tanta strada da fare, ma il cammino è segnato e io sono contenta quando nessuno rimane escluso dalla bellezza della luce, dei monumenti, dalla vivacità e gentilezza delle persone, dal piacere della buona cucina, semplice e genuina.

MetropoliZ blog

area_camper_di_punta_prosciuttoMirko Ferranti

É accessibile la cattedrale di Trani per chi si muove in carrozzina? Le spiagge tra Otranto e Gallipoli sono attrezzate per persone disabili? Cosa si riesce a vedere della cattedrale di Lecce e ella magnifica Alberobello? Ce ne parla il nostro lettore Mirko di ritorno dal suo viaggio

Pensando alle tipiche vacanze italiane, difficile non pensare al mare, e pensando al mare, una delle mete che vengono in mente è senza dubbio il Salento e la Puglia. Con i suoi paesaggi e le sue attrazioni turistiche è una delle zone che non smettono di meravigliare chi le visita. Non fa eccezione il nostro affezionato lettore Mirko Ferranti, che, come d’abitudine,  ci riporta delle sue esperienze di viaggio (qui i suoi report dalla SiciliaParigi e Lisbona in carrozzina), e che stavolta ci porta a visitare il tacco del Belpaese a bordo del camper.

ANTEFATTO – 

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30 luglio, una giornata che dedico alle amiche e agli amici!

30 luglio, giornata mondiale dell’amicizia!

Ho appena letto che oggi, 30 luglio, è la giornata mondiale dell’amicizia. Parola abusata, sgualcita e maltrattata, usata persino da un social come Fb per chiedere l’amicizia anche ad una persona sconosciuta. Una parola che usano moltissimo gli adolescenti, poi però solo con il passare del tempo ti accorgi che gli amici e le amiche, quelli veri, non sono molto numerosi e se hai la fortuna di incontrarli è come se avessi una seconda famiglia. Non importa se vivono nella stessa città o se sono lontani: tu sai che ci sono e che può bastare una telefonata, una mail, un incontro anche sporadico e il dialogo riprende, come se non si fosse mai interrotto.

Quando succede, le parole naturali scambiate con un’amica diventano davvero “creature viventi”, come le definisce Hugo von Hofmannsthal, un grande scrittore austriaco, che le chiama anche “prigioni sigillate dal mistero“…

Io ho sempre amato le parole e ricordo che con mio padre andavamo alla ricerca dei loro significati, cercavamo di conoscerne l’etimologia, i nostri pomeriggi erano fatti di parole che ci legavano e che cercavano di recuperare il tempo perduto negli anni della lontananza.
Ma ora so di amare soltanto parole vive, sincere e solidali, parole vere che si staccano dal gran rumore di fondo in cui siamo immersi, amo quelle parole che riescono ad aprire le nostre prigioni, parole semplici e talvolta impegnative, non numerose, ma rade e spesso anche intervallate da lunghi silenzi.

Quando mi parla un’amica vera, non conta più tanto ciò che mi sta dicendo, quanto il come: conta il linguaggio segreto del suo “corpo vivente” (come lo chiama Eugenio Borgna), i suoi gesti e gli sguardi, i sorrisi e le lacrime, i tremori e i silenzi, soprattutto ora amo il linguaggio del silenzio, che in pochi sanno ascoltare.

“Io sono una donna albero” (dipinto durante un incontro di musicoterapia di gruppo)

Nel mio silenzio interiore infatti sento che è in atto una trasformazione profonda, indefinibile, difficile e anche dolorosa da accettare, sento di trovarmi ad un giro di boa, ad un cambio di rotta che mi porta verso terre ancora ignote, territori tutti da esplorare. Per questo ora più che mai hanno importanza le persone amiche, ne sto facendo un inventario tra me e me e se potessi mi piacerebbe raccogliere tutti insieme i loro volti, perché è proprio la loro grande diversità la vera ricchezza.

Dedico a loro una gratitudine che non trova parole, sono persone amiche con cui è bello stare insieme senza alcuno scopo, basta la loro presenza per innescare un circuito virtuoso di affinità e di benessere, la ripresa di un dialogo senza fine, che mai si è interrotto!

Colazione per due, preparata dal mio amico speciale!

Tra tutti però ce n’è uno davvero unico e speciale, c’è lui, un amico che è diventato per me una vera e propria ragione di vita, soprattutto in alcuni momenti, quando mi sembra che si stia spegnendo il sole… ma anche quando esplodono la gioia o la commozione, nel percepire la sua vicinanza, nell’essere l’oggetto di cura e di pensieri (anche fioriti!) che dedica a me, sua compagna di vita e sua amica, per sempre!

Giorni di silenzio sul blog

Giorni di silenzio sul mio blog, chissà se qualcuno se n’è accorto!

Mi piacerebbe davvero riuscire oggi a fare un po’ di silenzio sia fuori che dentro di me, ma non ci riesco molto per essere sincera, sono davvero troppe le parole in libertà che volano attraverso l’etere, le “fazioni” in lotta – sui social ma anche nelle strade e nei luoghi più frequentati – che si combattono tra loro, i media polarizzati sui proclami di un unico muscoloso personaggio politico, che ogni giorno ne spara una. Ecco, tutto questo fracasso mi sta fiaccando, mi sta togliendo energia emotiva e forza fisica.

Se poi ci si mette anche la terapia in corso, allora la situazione si fa veramente critica e difficile da gestire. Perché il corpo (che va sempre ascoltato) mi manda segnali poco rassicuranti e la mente è così sovraffollata e confusa, che la miscela diventa a dir poco esplosiva.

Provo a leggere qualche post dei blogger che seguo più assiduamente e sono contenta se ne leggo qualcuno che esprime con chiarezza sdegno e indignazione per ciò che sta accadendo in Italia e in Europa, a proposito di respingimenti e delle morti in mare (evitabili) delle persone migranti, bambini compresi.

Anch’io sto male, veramente male, e mi sento ferita dai toni e dal linguaggio usati anche da persone miti (o almeno così mi sembravano), persone che tutt’a un tratto sfoderano un rancore represso verso i più fragili (migranti, rom) senza accorgersi del fatto che la nuova narrazione ci spinge ad accantonare molti dei veri grandi problemi, su cui dovremmo riprendere invece a ragionare: le percentuali altissime di giovani meridionali (ma anche di tanti settentrionali) che abbandonano per sempre l’Italia, per esempio, oppure i livelli crescenti di povertà o di occupazione precaria (contratti che si rinnovano, ma sempre a “tempo determinato”), la corruzione diffusa dal basso verso l’alto e viceversa, il lavoro nero spesso in mano alle organizzazioni criminali, che dimostrano un’enorme capacità di infiltrazione nell’economia del Paese, non più soltanto a sud ma anche in vasti territori del nord…  Ne ho già accennato in post precedenti.
Per fortuna, ci sono anche molte cose che funzionano grazie a larghi strati di popolazione che mandano avanti il funzionamento di scuole, ospedali, ecc.!
Oggi, il giorno delle magliette rosse, un segno simbolico, che spero venga seguito presto da azioni individuali e collettive, per farci sentire anche noi!

Però ci sono giorni così duri, in cui fa male tutto, compresi gli occhi. E allora, meglio mettersi in pausa per un po’, cercando di riprendere qualcuna delle attività capaci di rilassare la mente. In attesa però che passi almeno questo forte mal di testa, refrattario anche ai farmaci… 🤕

#RestiamoUmani: le migrazioni, un fenomeno sempre più complesso nell’era della globalizzazione


Apriamo i Porti italiani:
questo l’appello lanciato ieri da un’associazione studentesca di Bari, Zona Franka, per una manifestazione a cui ho partecipato con convinzione.
Contro la decisione brutale del ministro dell’Interno, in accordo con quello ai Trasporti, di bloccare una nave con 629 persone a bordo, migranti che erano stati soccorsi in sei diverse operazioni, tra cui una particolarmente complessa, con un gommone che si è rovesciato facendo cadere in mare le 40 persone che lo stipavano. Tra questi 629, ben 123 sono minorenni non accompagnati, 11 sono i bambini e 7 le donne in stato di gravidanza. Per fortuna sulla nave è presente il personale di Medici senza frontiere e in seguito sono state inviate dall’Italia altre navi con scorte di viveri e di materiale per la sopravvivenza di persone, che si sono riparate dal sole, che batteva sulla loro pelle arsa dalla salsedine, sotto dei teli di fortuna, come si vede benissimo nei servizi che Sky TG24 ha mandato continuamente in onda dai suoi elicotteri.

Ci sono tanti e tanti modi per affrontare un fenomeno complesso come questo: secondo me, questa cinica prova muscolare paga elettoralmente ma non contribuisce a risolvere la questione; Salvini infatti ha usato 629 naufraghi come ostaggi per negoziare con l’Europa sull’immigrazione.

Se oggi potessi recuperare alla mia memoria tutte le lezioni sulla migrazione dei popoli nella storia del mondo, lo farei volentieri: da sempre infatti l’umanità si è spostata in cerca di migliori condizioni di vita per sé e per i propri cari; dai tempi più remoti le guerre hanno prodotto distruzioni, vittime e un gran numero di profughi, costretti ad abbandonare tutto pur di salvare almeno la loro vita, per non parlare dei morsi della fame, quella vera che forse molti di noi non hanno mai provato, che spinge le comunità a cercare altri luoghi in cui vivere senza l’incubo continuo di non avere nemmeno quel minimo di sostentamento per il giorno dopo. Anche i disastri ambientali flagellano soprattutto le fasce più povere di una popolazione, quelle che vivono sotto un tetto precario e fragile e non hanno nemmeno la possibilità di andare lontano dai luoghi della catastrofe.

In Italia siamo da anni alle prese con il fenomeno dei flussi migratori, sempre visti e affrontati come se ogni volta fossero un’emergenza.
Oggi più che mai siamo un popolo nettamente diviso non solo sulla visione del nostro futuro e sulla soluzione da dare ai diversi problemi da cui siamo afflitti, ma anche se e come organizzare seriamente la prima e la seconda accoglienza. Vedo classi politiche che si alternano al governo senza riuscire a trovare una strategia condivisa da percorrere senza tentennamenti (e senza fare infantili prove di forza sulla pelle delle persone) per affrontare questo fenomeno sempre più complesso, che interroga il nostro modo di vivere (sprechi compresi…) e di vedere il mondo.

Anni fa, quando ero più giovane, sognavo e credevo possibile un’Europa realmente unita, e non solo sotto bandiere economiche, ma come un insieme di Stati che sapessero responsabilmente trovare convergenze ideali e concrete su vari terreni di fronte alle sfide dei colossi mondiali, penso alla Cina ma anche alla potenza della finanza internazionale, capace di spostare in un baleno i suoi capitali, mettendo in ginocchio intere comunità. E invece la politica degli stati europei viene posta al di sopra delle vite delle persone: capitali e merci viaggiano senza confini, si delocalizzano imprese da un giorno all’altro mettendo sul lastrico migliaia di persone, mentre si innalzano muri che bloccano solo i più disperati, quelli che rischiano la loro vita in mare (o in montagna) pur di approdare in un posto sicuro per rifarsi una vita.

Vedere un ministro dell’Interno che costringe la nave Acquarius a fermarsi in mare aperto, in attesa di sapere dove poter attraccare, mi ha provocato un senso di profondo disagio, disorientamento e indignazione: è vero che l’Italia ha fatto sforzi enormi ed è stata costretta per anni – insieme alla povera Grecia – a far fronte in modo solitario all’ondata di persone, arrivate con tutti i mezzi possibili sulle nostre coste, dopo aver peregrinato nel deserto o essere stati rinchiusi in campi di detenzione e aver pagato cifre enormi ai trafficanti di “merce” umana; capisco la rabbia delle fasce più deboli della nostra popolazione, quella che arranca ogni giorno ed è indotta a credere che il “nemico” sia il migrante che viene qui da noi a “togliere lavoro”.

Ma non riesco ad accettare che chi sa e può continui a fingere di credere a questa versione di comodo dei fatti: in Italia per fortuna molti giovani oggi non vogliono (e non resisterebbero nemmeno a) lavorare ore e ore nei campi del sud, chini sotto il sole, a raccogliere e a trasportare pesanti cassoni di pomodori, per una paga da fame, che fa comodo e arricchisce i caporali e i proprietari di queste coltivazioni: non è un caso che la patria di Giuseppe Di Vittorio sia stata la piana di Cerignola, un paesone della provincia di Foggia.

Molti dei miei ex-alunni, dopo aver tentato di tutto per trovare un lavoro, piuttosto che adattarsi a condizioni degradanti e ad essere mal pagati (tra l’altro dopo aver studiato un bel numero di anni), hanno preferito prendere un trolley (non più una valigia di cartone, come i nostri migranti di un tempo) e andare lontano dalla famiglia e dal loro ambiente di vita per trovare non soltanto un’occupazione, ma anche un posto dignitoso nella società attuale: oggi vivono fuori, sparsi per l’Italia, l’Europa e qualcuno oltre oceano, si sono integrati spesso faticosamente e tornano per le vacanze nei luoghi di origine.

Continuerò a riflettere come ho sempre fatto, ma ciò che non mi piace è vedere riproposta nell’Italia (e nell’Europa) del 2018 l’antica e deleteria divisione in fazioni, come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini, non mi piace vedere tanti cittadini accontentarsi degli slogan semplicistici di fronte alle difficoltà che abbiamo davanti, non sopporto gli insulti e le ridicolizzazioni che si mettono in campo per evitare ragionamenti anche dialettici, ma civili.

Chi parla di “invasione” non sa (o finge di non sapere?) che in Europa su 500 milioni di abitanti il 93% è autoctono e solo il 7% immigrato; purtroppo proprio la nostrana legge Bossi-Fini produce essa stessa clandestinità e i media si prestano facilmente a diventare strumenti di propaganda di una fazione o dell’altra: non dimentico che la scorsa estate fu diffusa la paura dell’immigrato-stupratore per connetterla a quella dell’invasione…
Penso che sia ora che la complessità venga finalmente affrontata: non solo per quanto riguarda l’immigrazione, ma anche tante altre problematiche importanti: dalla presenza pervasiva del fenomeno mafioso e criminale fino al debito pubblico, dalla sburocratizzazione delle procedure fino alle innovazioni necessarie per rendere più competitivi tanti settori dell’economia italiana e poter dare maggiore serenità a tanti che vivono in una precarietà permanente. Non certo a causa degli immigrati, che se regolarizzati contribuiscono all’economia italiana e anche a pagare parte delle nostre pensioni.

#RestiamoUmani

Dedicato a Gabriella e al suo mondo…

Cara Gabriella, torna per il terzo anno il 2 giugno, tre anni che non ci sei più.
Se ci penso bene però, non è esatto dire che non ci sei, sei presente ogni giorno nella mia (e nella nostra) vita.
Credimi, ci sei ogni volta che mi capita tra le mani o se devo scegliere un libro di poesia, tu avevi una sensibilità particolare per il mondo dei poeti e delle donne-poeta.
Ti penso quando vedo il colore dei tulipani che amavi e poi ci sono gli oggetti che mi fanno compagnia, quelli che tu hai scelto e mi hai regalato, ci sei nei tuoi libri che parlano della tua curiosità e voglia di esplorare campi talvolta misconosciuti.

Su suggerimento di un’amica blogger (che non conosco di persona) ho viaggiato tra i tuoi libri, non so dirti cosa provavo, li ho guardati quasi tutti, ho letto non solo i titoli ma prendendone alcuni in particolare mi sono fermata su ciò che hai sottolineato. Mi sono soffermata molto sulle poesie che amavi e alcuni mi riprometto di riprenderli per leggerli e gustarli con calma in tua compagnia, mi piacerebbe infatti avere tutto il tempo per prenderli uno ad uno e leggerli con te accanto che magari sorridi…

Ci sono tra questi alcuni titoli che dopo la tua uscita di scena da questa vita acquistano un significato simbolico per me che sono rimasta qui, alludo a “Buio” di Paolo Mauri per esempio (“Ma lo sai che nei grandi spazi interstellari la luce viaggia nel buio?”) o a “Quello che ho amato”, “La vita vera” e poi quei volumetti di Sellerio i cui titoli esprimono bene il tuo interesse per il mondo dei libri, la collana di poesia inconfondibile nelle sue bianche copertine, e quella bellissima “Lettera ai disperati sulla primavera” del poeta Giuseppe Conte, sottolineato in tanti punti, da cui ho tratto solo qualche breve frammento che voglio inserire in questo post.

Oggi ti scrivo come se potessi leggermi, ma anche per dedicarti più tempo del solito; sapessi quante cose da dirti mi ha provocato questo strano “viaggio” attraverso i tuoi libri…

Ci hai lasciati  proprio in primavera, nella stagione che precede l’estate, a cui già guardavi con speranza, con la tua voglia di uscire all’aperto, dopo un autunno e un inverno difficilissimi, che sembravano non finire mai.

“La primavera… il sentiero per indicarci un futuro da inventare”.

“Le primavere – scrive ancora Conte – non le ho alle spalle, sono in me, sostanza della mia fiducia in tutto ciò che vive”: ci sei tu in queste parole che ci tengo a pubblicare, perché vedere le tue sottolineature e rileggerle mi commuove ogni volta!

Gabriella cara, ti sbagliavi quando dicevi (e ne eri anche convinta… o forse no?!?) che ci saremmo dimenticati presto di te! E invece ogni mattina al risveglio vieni a darmi il “buongiorno”, poi mi auguri una buona giornata dalla foto del soggiorno in cui agiti la mano in un saluto (che stretta al cuore ogni volta che la guardo), ci passo davanti ogni mattina per andare dalla camera da letto in cucina per la colazione e poi ancora mi capita spesso di vederti mentre mi guardi: è successo proprio qualche giorno fa, durante il cambio di stagione, mentre davanti allo specchio mi guardavo, mentre provavo e sceglievo cosa mi stava ancora bene e cosa invece mettere da parte. Guardavo me e vedevo te… risentendo certi tuoi commenti ironici sui vestiti ormai di parecchi anni prima che m’invecchiavano. Allora senza pensarci su li ho regalati.

Non morirai mai Gabriella cara, anche se non il vederti più tra noi è una sofferenza che non riesce ancora ad ammorbidirsi, mi manchi tu, mi manca tutto di te, il positivo e il negativo; era bello vederti scherzare, così com’era doloroso vederti soffrire per i colpi che la vita non ti ha risparmiato.

Ora mi accontento di guardare ciò che mi parla di te, di ricordare il tuo amore per la bellezza, come questi tre piccoli oggetti di cui ricordo i momenti in cui li hai scelti per regalarmeli, senza un motivo qualsiasi. Solo per il gusto di vedermi sorridere, forse!
Ma mi piace pubblicare anche le copertine del bel libro di Tadini, che ti piaceva tantissimo e di cui abbiamo parlato a proposito dell’arte e della sua influenza benefica su di noi. Ciao Gabry, a domattina, buonanotte!

 

Una donna di Annie Ernaux, un bel libro da leggere e non solo…

Mentre infuriano le polemiche politiche e i conflitti istituzionali, un libro può essere anche un buon rifugio. Questo mi ha colpito fin dalla prima frase, su cui mi sono fermata pensando: Che faccio, continuo o lascio perdere, almeno per ora?

“Mia madre è morta lunedì 7 aprile nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo portata due anni fa”:
è questo l’incipit di Una donna, il libro autobiografico di Annie Ernaux (L’Orma editore) che ho scelto impulsivamente in una bella libreria molto particolare di Milano, che consiglio a chi può di visitare, la Open di viale Monte Nero.

Una copertina particolarmente bella nella sua sobrietà grafica quasi austera, una carta che mi piace toccare e poi questa grande autrice, di cui avevo sentito parlare per aver vinto il Premio Yourcenar (la scrittrice che io amo pù di tutte in assoluto!): tutti elementi che sicuramente mi hanno spinto a comprare senza pensarci due volte questo splendido libro.

Non sono qui per farne una recensione, non ne sarei capace, vorrei invece scrivere (se ci riuscirò) ciò che ha provocato in me come semplice lettrice, niente di più e già questo mi sembra arduo.

Ovviamente non mi sono fermata all’incipit e ho deciso di condividere con lei il difficile percorso della memoria di sua madre, che ritrovava quella donna nel suo immaginario, ma l’intenzione del libro è chiara ed esplicita:
“Vorrei cogliere anche la donna che è esistita al di fuori di me, la donna reale… Il mio progetto, continua, è di natura letteraria, poiché si tratta di cercare una verità su mia madre che può essere raggiunta solo attraverso le parole” e più avanti (a pag. 40) una dichiarazione che mi commuove: “Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo”.

Immagine tratta da Il LIbraio.it

Durante la lettura, non riuscivo a fare a meno di confrontare continuamente la donna di cui la scrittrice parla con la donna che è stata mia madre: le differenze tra loro, il diverso carattere e la provenienza sociale, una vita differente tra queste due donne. Eppure leggendo questa ricostruzione “tra Storia e affetto”, riemergevano spesso numerosi flashback, la memoria e il ricordo di mia madre si sono popolati di vecchie immagini, situazioni vissute, atteggiamenti e stati d’animo che sembravano destinati all’oblio. Alcuni ricordi sono per me particolarmente dolorosi, altri per fortuna invece ricchi di luce e di sorrisi, sono tornati vivi nella mia memoria alcuni dettagli tragici insieme ad altri divertenti e teneri: una lettura per me quasi provocante, ad ogni pagina, a momenti paragrafo per paragrafo, una lettura scorrevole che però mi ha costretto spesso a ritornare indietro per fermarmi a pensare…

Per esempio, suggerite dal testo, mi sono fatta delle domande, mi sono chiesta che infanzia ha vissuto mia madre, ultima di nove figli, se aveva avuto una cameretta o divideva il suo spazio con le sorelle maggiori, se a lei facevano indossare i vestiti smessi delle sue sorelle, come andava a scuola e poi ancora tante altre. A me ha raccontato pochi frammenti della sua vita in collegio, dove era stata con la sorella Maria per alcuni anni lontana da casa (proprio come me!), a Bologna in via Galliera. E sul significato (Galliera, galera…) di questo nome scherzava spesso! Un giorno mi raccontò ridendo che lei cercava di colorarsi le labbra di nascosto con i petali dei gerani, con grande disapprovazione delle suore che vedevano per lei un futuro da “donna perduta“…


Questo libro si legge immergendosi totalmente nella sua scrittura, limpida e lucida, chiara e senza giri di parole, da cui traspare un dolore profondo, quello  che non si esaurisce con il pianto, il dolore di chi sa e scrive (per imporre davanti a sé la realtà dell’assenza):
“Non sarà più in nessun luogo del mondo”.

Mia madre morì nell’inverno del 2010 e da allora sono trascorsi otto anni, non mi servono le fotografie per ricordarla, mi piacerebbe invece poter ritornare indietro nel tempo per conoscerla meglio, per fare a lei le domande che oggi rimangono senza risposta. “Dei suoi desideri non so nulla” scrive Annie Ernaux e io penso come lei di trovarmi nella medesima situazione.

C’è una pagina del libro, dove la scrittrice elenca le immagini così come le tornano in mente, dei flash di sua madre ancora giovane, quando camminava in riva al mare o andava periodicamente in chiesa, cosa faceva durante un pranzo e via avanti così. Ed io mentalmente ho fatto la stessa operazione, riesumare dall’oscurità tanti momenti della vita di mia madre, cercando di non darmi spiegazioni di senso, solo lasciandoli fluire così come venivano a galla.

La rivedo sul ballatoio di casa china ad innaffiare le sue piante, mentre approfitta per fare una pausa dai lavori casalinghi e fumarsi anche una sigaretta, la sento nella sua perenne insicurezza mentre chiede sempre a mio padre un parere o il consenso, per qualcosa da fare o da non fare, gioisco della sua gioia di uscire di casa per una passeggiata e per dare uno sguardo alle vetrine dei negozi, rientrando contenta di qualche nuovo acquisto, la rivedo ancora nel tinello di casa seduta al tavolo tondo con la nonna (sua madre) che parla di tanti argomenti, che legge avidamente i giornali che mio padre le comprava, sento stringermi in un abbraccio forte, quasi disperato, quando sto per partire (dalla stazione di Foggia) per andare in collegio a Milano (decisione di mio padre) e con disagio rivivo quello strano senso di “estraneità” quando ritornavo finalmente a casa, dopo mesi di lontananza. Per me uno strappo dolorosissimo, forse il sacrificio più grande della mia vita. “Per anni, scrive Annie Ernaux, con lei ho avuto soltanto dei ritorni”: sembra quasi che stia parlando anche di me.

Citazione che apre il libro

Oggi, sulla scia delle parole del libro, guardo anch’io gli oggetti che mia madre mi ha lasciato, belli e cari dal punto di vista affettivo, ma ogni sguardo rimarca la sua assenza, mi ricorda la sua preoccupazione per me sempre china sui libri, mi vedeva come un’intellettuale e non era consapevole invece che lei aveva, come mia sorella Gabriella, una dote straordinaria: sapeva essere leggera e profonda nello stesso tempo senza un briciolo di arroganza, riusciva a cogliere sfumature impercettibili senza farle mai pesare, anzi a volte soffrendo molto per questa sua acuta sensibilità: “Le piaceva più dare, a tutti, che ricevere” scrive in seguito Annie Ernaux di sua madre e forse questa potrebbe essere stata una delle cause della lunga vita di sofferenza anche di mia madre.
“Non ascolterò più la sua voce”… termina il libro, ma io continuo la mia lettura, continuo a condividere questa operazione di verità, lo sforzo di ridisegnare il ritratto di una donna a cui si è legati più di ogni altra persona al mondo.

Qual è il (vero) colore dei giorni?

Seduta al solito tavolo, sempre zeppo di giornali non letti e di libri iniziati, guardava il colore allegro di quel fiore reciso che le era stato offerto al mattino: le sembrava che fosse l’unica cosa che aveva avuto una vita in precedenza.
Sì, perché lei non si sentiva “viva” ormai da parecchi giorni, le sembrava di alzarsi al mattino già gravata di un enorme peso sulla testa, come se tutto il dolore del mondo si concentrasse su di lei. Provava ad indossare la sua maschera migliore, ma durava poco, lei non faceva parte di quella compagnia di persone capaci di bleffare; infatti arrivava presto la fatidica domanda: “Cosa c’è, non stai bene?”. Certe mattine non sapeva più cosa rispondere, anche perché non aveva voglia di ripetere il solito stanco ritornello, ma non le andava neanche di vedere l’espressione sconsolata di chi glielo chiedeva, affettuosamente…

Album Moleskine per acquerelli

Aveva provato ad aprire il nuovo album per acquerelli della Moleskine, aveva anche dipinto alcune pagine e ora guardandole si meravigliava lei stessa dei colori dei dipinti: da quali profondità interiori sbucavano se lei si sentiva tutta grigia?

Colori caldi, morbidi, luminosi, quelli che lei amava di più. Li guardava come fossero il prodotto di un’altra persona.
In realtà lei sapeva bene da tempo che quando aveva un pennello in mano, scompariva il grigio delle ansie e delle paure, era come se si vestisse di allegria rubando al giorno la sua luce e tutti i suoi colori.

Si era trascritta anche la frase di un autore francese scoperto da poco, Christian Bobin, trovata casualmente in uno dei suoi piccoli libri:
“È nostro compito – quando tutto ci viene a mancare e tutto s’allontana – dare alla nostra vita la pazienza di un’opera d’arte…”. Era stata colpita soprattutto dal termine “pazienza” e forse lo stava mettendo in pratica, quasi inconsciamente, per stare un po’ meglio. Solo così poteva spiegarsi la serenità di quei piccoli dipinti, realizzati nei momenti più bui e inquieti, quel senso di pace che forse era più un desiderio che una condizione.

In realtà, ripetendo l’inventario di tutto ciò che affollava quel tavolo, insieme al fiore, ai libri e ai giornali, c’erano anche un cordless e il suo cellulare, dei fogli sparsi, un’alzatina deliziosa – che ogni volta le ricordava sua nonna e sua madre – e soprattutto c’era un bel mazzo di fiorellini rosa.

 Non poteva ( e non voleva!) restare indifferente di fronte a quel pensiero dolce, a quella silenziosa ma concreta dichiarazione d’amore che riusciva a colorare suo malgrado il “paesaggio interiore”, quello che emergeva dai dipinti. Guardava quei fiorellini e si sentiva invasa da una serenità nuova, da un senso di tranquillità, che non aveva provato subito quando le era stato donato.

Si accorse di fronte a quei fiori rosa che stava cambiando repentinamente umore, come le capitava quando ascoltava certe canzoni: passava dalla malinconia alla gioia, dal senso di pienezza al vuoto improvviso, vestiva panni diversi e cambiava stato d’animo di volta in volta a seconda delle parole e della musica:
“Si muore un po’ per poter vivere…” cantava anni fa Caterina Caselli e con i Negramaro di oggi  “… resto qui sul filo di un rasoio ad asciugar parole che oggi ho steso…”.

Dell’essere malati: Virginia Woolf e l’occasione della vulnerabilità

Condivido questo interessante e bell’articolo, un intervento riflessivo e così profondo sull’essere malati e la possibilità di trasformare questa condizione in un’occasione positiva, una risorsa per cambiare visuale e punto di vista: stando distesi, si può finalmente osservare il cielo per lungo tempo e con esso il viaggio delle nuvole.

“Con la malattia la simulazione cessa, scrive Virginia Woolf, e noi possiamo vedere il sole che si vela e si svela”.

femministerie

di Sara De Simone

In un celebre saggio della fine degli anni ’20 dal titolo “On being ill” – “Dell’essere malati” – Virginia Woolf si chiede e ci chiede, con l’eccezionale ironia che la contraddistingue, perché non siano mai stati dedicati romanzi all’influenza o poemi epici ai raffreddori, che così tanto spazio occupano nella vita di tutti:

On_Being_IllOn being ill, pubblicato dalla Hogarth Press nel 1930 e illustrato da Vanessa, la sorella di Virginia

«Considerando quanto sono comuni le malattie, quale tremendo cambiamento spirituale implicano, quanto sorprendenti, una volta che si spengono le luci della salute, siano i paesi sconosciuti che allora si scoprono, quali desolazioni e deserti dell’anima un leggero attacco di influenza porta alla luce, quali precipizi e prati cosparsi di fiori colorati svela un minimo aumento di temperatura […] e come al risveglio crediamo di trovarci in presenza di angeli e arpisti quando ci…

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Quando ricevi una diagnosi di cancro…

Cosa si prova quando un’amica di vecchia data, che ammiri e a cui vuoi bene, ti comunica che un suo familiare ha ricevuto una diagnosi di cancro? Provo a pensarci, ma non ci riesco, davvero non trovo “le parole per dirlo”…

Difficile riuscire a dire ciò che ho provato anche questa volta (e che provo ogni volta), perché mi sento sempre coinvolta e torno indietro al momento in cui anch’io ho avuto tra le mani un foglio con tutti i particolare dell’esame istologico e quindi della diagnosi.

So bene invece ciò che mi piacerebbe che accadesse.
Intanto vorrei per prima cosa farmi in quattro per far sentire la mia vicinanza, poi vorrei che la persona investita dal ciclone di una diagnosi di cancro insieme ai suoi familiari non si sentissero soli, vorrei che chi si trova improvvisamente scaraventato dal mondo dei sani a quello dei malati fosse riconosciuto e accolto nel suo disorientamento, impigliato com’è tra timori, preoccupazioni e paure, vorrei che trovasse medici che gli dedicassero il tempo necessario per capire la strada da percorrere, vorrei che il suo dolore (psichico) e la sua rabbia (a volte inconfessata) trovassero i canali giusti per esprimersi…

Gabriele Munter, La malade, 1917

Forse voglio troppo, ma in questi anni trascorsi tra ininterrotte terapie, analisi periodiche e controlli continui, compreso qualche intervento dovuto anche agli effetti collaterali, ho letto e continuo a leggere articoli sull’importanza della medicina narrativa e sul rapporto tra medico e paziente, leggo e immagino (sì, mi lascio andare a immaginare e a sperare) che la realtà quotidiana della routine ospedaliera possa finalmente cambiare.

In effetti, cambia la realtà, cambia ogni giorno lentamente, molto lentamente, e a macchia di leopardo anche! Intanto però chi si ammala di una patologia seria come il cancro (e sono in tanti ogni giorno in Puglia come in Italia), si trova quasi sempre come se fosse improvvisamente chiamato suo malgrado… a scalare una montagna e si ritrova davanti alla roccia a mani nude, senza gli attrezzi necessari e privo di una guida che gli indichi qual è il percorso più facilmente abbordabile, per iniziare ad incamminarsi, preparandosi a superare gli inevitabili e numerosi ostacoli (non ultimi quelli di ordine psicologico). 

La paura

… perché soltanto se sai cos’è la paura, capisci quanto è bello vivere!

Vincenza63's Blog

Risultati immagini per paura dalweb

La paura ha tante facce, molte ombre, innumerevoli buchi, procura ferite, spinge ad agire come anche a fuggire. Quanto altro ancora?

Qui quelle identificate, intuite, respirate, assorbite, espulse in vita mia. Fino a questo momento.

Paura…

di ammalarmi
di soffrire
di pensare prima di morire
di perdere chi amo
di ferire e restare ferita
di dire la verità su di me
di parlare con me stessa
di staccarmi da ogni certezza
di lasciare le cose come stanno
di cambiare le cose a modo mio

di essere infelice
di godermi le tante felicità
di essere toccata da uno sconosciuto
di seguire l’istinto di femmina
di essere la donna di chi mi attrae
di chiedere troppo
di non ricevere
di essere madre
di aspettare
di non avere tempo

di capire
di essere consapevole
di esserci
di invadere
di disperarmi
di ballare
di cantare
di urlare
di tacere
di sognare

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